sabato 29 ottobre 2011

Documento del Coordinamento: “No debito”

Ripartire Dai Contenuti E Dalla Democrazia

La Bce in agosto ha mandato una lettera al governo italiano in cui chiede di distruggere tutto lo stato sociale, tutti i nostri diritti, di mettere all’asta i nostri beni comuni, per pagare le cambiali del nostro debito alle banche e alla speculazione finanziaria internazionale. Berlusconi alla fine ha risposto, accettando tutte le condizioni capestro e mettendocene anche qualcuna in più.
Non si tratta più solo dell’annuncio della libertà di licenziamento, sempre desiderata e sempre più vicina, visto l’articolo 8, visti i ricatti aziendali, vista la distruzione dei diritti e l’estensione della precarietà. Oggi un tallone di ferro schiaccia il mondo del lavoro e ogni misura di flessibilità e di liberalizzazione serve solo a calare i salari e i diritti, a sfruttare di più. Per questo l’accordo del 28 giugno non è un freno ma è una inutile resa a questa aggressione.
Ma a tutto questo si aggiungono le misure apparentemente più neutre, a partire dall’avanzo primario di bilancio, che significa in realtà la distruzione di ciò che resta dello stato sociale, per finanziare le banche. E si aggiungono le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Così si cancella la nostra democrazia, tradendo il referendum di giugno, ove la grande maggioranza degli italiani aveva detto no alla privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni. Siamo all’opposto di ciò che grida il movimento occupy wall street: non ci si preoccupa di ciò che chiede e di ciò di cui ha bisogno il 90% della popolazione, ma si difendono gli interessi e il potere della parte più ridotta, del 10%.
La lettera di intenti di Berlusconi è semplicemente una cambiale sulla nostra democrazia. Bisogna rifiutarla oggi, con le lotte e con la mobilitazione democratica: ci trattano come la Grecia, dobbiamo reagire come il popolo greco. Per difendere la nostra democrazia le opposizioni e i sindacati devono dire prima di tutto che quelle lettere non valgono nulla e non sono esigibili. Altrimenti la crisi della nostra democrazia affonderà nella palude delle finzioni. La lettera della Bce, la lettera di Berlusconi vanno strappate in faccia all’Europa, altrimenti sono tutte chiacchiere.
La drammatica evoluzione della crisi italiana, l’aggressione sempre più estesa ai diritti sociali e civili, danno ragione al percorso che abbiamo iniziato il 1° ottobre e mostrano tutta la validità e tutto il potenziale della mobilitazione del 15 ottobre.
Chi ha manifestato in quel giorno, così come chi lotta in Val Susa, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nei territori e nelle città, oggi non è solo contro il governo Berlusconi, ormai alla conclusione della sua parabola, ma anche contro quel potere economico finanziario che nel nome del debito vuol far pagare alla maggioranza della popolazione tutti i costi della crisi. La manifestazione del 15 ottobre, le iniziative che l’hanno preceduta, erano quindi contro due avversari: il governo e, assieme ad esso, la Bce e la dittatura finanziaria che sta distruggendo i diritti in tutta Europa.
Gli scontri del 15 ottobre e la successiva loro gestione mediatica hanno oscurato per alcuni giorni tutto questo. Si è così prodotta una regressione del confronto, si è tornati indietro di molti anni e sono state cancellate le novità vere della mobilitazione. Questa regressione è un risultato negativo che non può essere ignorato. Il problema non è riproporre una divisione tra buoni e cattivi nelle lotte e nei movimenti. La questione di fondo è quella della autodeterminazione dei movimenti e delle lotte, che le manifestazioni successive al 15, da quella dei metalmeccanici a quelle della Val Susa, hanno esemplificato.
Una manifestazione composita, plurale ma unitaria non può essere spinta e segnata da scelte che la manifestazione del 15 ha subìto, percepito in gran parte come ostili e, soprattutto, mai discusso. Nessuno può imporre pratiche e azioni di distruzione durante il corteo, che si sono ritorte contro la manifestazione stessa. La questione non è quella della rabbia esistente e del modo di farla valere e vedere. La questione è quella che nessuno può imporre le proprie modalità a tutto il movimento, né soprattutto può imporre scelte che la grande maggioranza non condivide. Allo stesso modo affermiamo che la gestione della polizia a piazza San Giovanni è stata evidentemente irresponsabile e ha prodotto la radicalizzazione e la generalizzazione degli scontri.
Riteniamo però a questo punto che non si possa andare avanti all’infinito in questa discussione. Occorre prendere atto che la manifestazione del 15 ha determinato questo risultato negativo e trovare le modalità per cui il proseguimento delle iniziative, reso indispensabile dall’aggravarsi della crisi, non ripresenti gli stessi problemi. Questa è la ragione per cui riteniamo necessaria una discussione di merito politico tra tutte le forze che hanno in comune la lotta contro la globalizzazione e la politica della Bce e dell’Unione europea. L’ultimatum consegnato al governo pochi giorni fa, a cui Berlusconi ha risposto con la sua vergognosa lettera, conferma che abbiamo due avversari. Oltre al governo Berlusconi, dobbiamo essere contro l’Unione europea così come è oggi, con la dittatura delle banche e della finanza che impone le sue scelte a tutti i governi.
La manifestazione del 15 conteneva un vuoto politico e una debolezza, che si è cercato di affrontare anche con proposte come quella dell’accampata, che avevano lo scopo di affermare una radicalità necessaria e diversa da quella delle manifestazioni tradizionali. Questa debolezza politica era accentuata dal fatto che la manifestazione del 15 appariva di più come una scadenza importata, nel quadro di un appuntamento internazionale di grandissimo valore, piuttosto che un obietto di lotta nostro. Occorre una piattaforma precisa, oggi, contro gli avversari italiani ed europei dei diritti sociali e civili; per questo pensiamo che non sia riproducibile nel nostro paese l’esperienza dei social forum. Esauritasi l’esperienza del social forum italiano e in profonda crisi quella europea, è necessario pensare a nuove modalità di costruzione e a una precisa piattaforma da collocare in spazi politici pubblici italiani ed europei.
Abbiamo quindi lanciato il 1° ottobre un movimento contro il pagamento del debito, contro la dittatura delle banche, con 5 punti sul piano sociale e politico che per noi rappresentano una reale alternativa. Abbiamo anche sottolineato che oggi come oggi non solo il centrodestra, ma anche il centrosinistra non assumono questi temi e anzi, in molti casi, ne sono addirittura controparte. Per questo abbiamo rivendicato la necessità di un nuovo spazio politico pubblico che dia legittimità piena a rivendicazioni politiche e sociali oggi assolutamente estranee a gran parte dell’attuale sistema rappresentativo. Su questo, secondo noi, si deve sviluppare il confronto, se si vuole mantenere il dialogo tra espressioni diverse del movimento.
Occorre quindi che da ogni parte si faccia la scelta precisa di rinunciare all’egemonia e di aprirsi al confronto di merito. Noi non pretendiamo di essere tutto il movimento, così come pensiamo che nemmeno altre forze o gruppi lo siano. Tutti insieme, misurandoci concretamente sulle differenze e sui contenuti, siamo in grado di costruire grandi iniziative. Ma per superare la crisi del 15 ottobre occorre un’operazione di verità e non il diluvio di polemiche.
La crisi politica nel nostro paese rende sempre più chiaro che la nostra democrazia è commissariata dal regime delle banche e della finanza d’Europa. Per questo comprendiamo la diffidenza che si sviluppa tra chi lotta, rispetto a tutte quelle istituzioni che sorridono alle mobilitazioni, salvo poi sostenere scelte economiche e politiche che vanno esattamente contro i contenuti di esse.
Il futuro dei movimenti in Italia è quindi fondato sull’indipendenza dall’attuale quadro politico. Questo è il punto su cui si deve davvero discutere, anche misurandoci sulle diverse opzioni. Forse questo è il punto su cui si è discusso meno, occorre cioè una pratica democratica assembleare dove ci si confronti davvero sulla piattaforma, dal debito, al lavoro, all’ambiente, alle questioni sociali, alla democrazia. Non è più tempo di diplomatismi o di minimi comun denominatori, abbiamo visto che questi creano una debolezza politica che viene poi coperta da altre scelte e altre forze.
Se vogliamo uscire dalla sindrome del post 15 ottobre dobbiamo quindi affrontare con democrazia, partecipazione e rispetto una grande discussione democratica sui contenuti della nostra piattaforma.
Per queste ragioni il nostro movimento, appena iniziato il 1° ottobre, decide di rilanciare la compagna e l’organizzazione della lotta contro il debito e per una vera alternativa sul piano economico, sociale e democratico. Andremo avanti, sui contenuti e nella ricerca di forme nuove di partecipazione e democrazia, disposti e interessati al confronto con tutti, ma nella consapevolezza che la crisi italiana è troppo grave per continuare con inutili polemiche.
Il comitato promotore del movimento No debito, dà appuntamento il 17 dicembre a Roma per una grande assemblea, preceduta da iniziative e incontri in tutto il territorio del paese.

Comitato promotore “No debito”


I sindacati di base danno battaglia.Indetto uno sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l'intera giornata del 2 dicembre


I sindacati di base danno battaglia. Ieri Usb, Slai Cobas, Cib-Unicobas e Snater hanno indetto uno sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l'intera giornata del 2 dicembre. Una mobilitazione indetta contro le manovre del governo e le politiche dell'Unione europea che tutelano banche e finanza e fanno pagare la crisi ai lavoratori e alle fasce più disagiate, contro l'attacco ai diritti dei lavoratori, contro l'accordo tra sindacati e Confindustria che - scrivono su un comunicato - «ha aperto la strada all'art 8 della manovra del governo e alla cancellazione dei contratti nazionali». Durante lo sciopero saranno comunque garantiti i servizi minimi essenziali.

29 ottobre 2011 no carbone a Vado







lunedì 24 ottobre 2011

Il 29 ottobre giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone,presiodio a Vado Ligure

Sabato 29 Ottobre 2011
Dalle ore 15.00 alle ore 18.00
Giornata di Mobilitazione Nazionale Contro il Carbone

Contro L’uso Del Carbone, Per Un Lavoro Degno,
Per Contrastare I Cambiamenti Climatici E Tutelare La Salute
Dando Speranza Al Nostro Futuro

PRESIDIO A VADO LIGURE - QUILIANO
davanti centrale Tirreno Power in via A. Diaz vicino rotatoria-stele

La CENTRALE a CARBONE di Vado - Quiliano e l'Italiana Coke di Cairo Montenotte, producono troppe sostanze tossiche (polveri ultra fini – metalli pesanti – Idrocarburi policiclici aromatici-PCB). Secondo l’ORDINE dei MEDICI, in provincia di Savona la mortalità e morbilità sono molto superiori alla media regionale, specie per tumori – infarti – ictus.

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Unitiallabase aderisce alla giornata di mobilitazione nazionale e sarà presente con un proprio striscione al presidio organizzato a Vado Ligure condividendo e sottoscrivendo la piattaforma
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I cittadini esigono scelte di rispetto della SALUTE e del lavoro, in tutta la provincia di Savona nel settore agro-alimentare e turistico.

Per migliorare la situazione sanitaria ed economica, garantendo
l'occupazione dei lavoratori, è indispensabile:

sostituire gli attuali gruppi a carbone, non a norma per mancanza
dell'autorizzazione AIA, con gruppi a metano o con fonti rinnovabili;

evitare il potenziamento a carbone;

l'ambientalizzazione della Italiana Coke.

Aderisci alla giornata di mobilitazione scrivendo a unitiallabase@gmail.com

Promuovono la partecipazione:

Amico Giorgio (pensionato ex insegnante)
Bolla Nicolò (insegnante)
Boveri Giuseppe (Docente)
Capici Beppe (Segreteria ALLCA-CUB, operaio Verallia Dego)
Cornetti Giuliana (Consigliera per le pari Opportunità)
Cubeddu Francesco (CobasptCub)
Filisetti Vilma (SPI CGIL e Direttivo Camerale CGIL Savona, ex insegnante)
Garbarino Valtero (USB INPS)
Ghiso Valeria (Direttivo Provinciale e Regionale FLC CGIL, insegnante)
Icardo Giampiero (RSA Cartiera Bormida e Segreteria CUB-Informazione)
Loschi Maurizio (Segreteria Provinciale Flaica Cub, operaio)
Loschi Nives (CUB-Pensionati)
Maritano Claudia (Artigiana)
Melandri Roberta (precaria della scuola)
Mocco Furio (lavoratore Ferrania Technologies)
Murru Antonio (Segreteria ALLCA CUB
Nichelatti Maurizia (Spi CGIL ex insegnante)
Perotti Paola (segretaria CUB Sanità)
Reverdito Maria Teresa (USB INPS)
Vigna Marco (RSU Infineum e Direttivo Nazionale ALLCA CUB)
Ronco Silvana (Cittadina Indignata)
Paolo Tosi 
Tambuscio Adriano (pensionato FFSS)

Unitiallabase Savona: Collettivo di compagne e compagni attivi contro la crisi

venerdì 21 ottobre 2011

Il 29 ottobre giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone


Ecco il testo dell'appello per la mobilitazione contro il carbone e la manifestazione nazionale a Porto Tolle del 29 ottobre prossimo.
Contro l'uso del carbone, per un lavoro degno, per contrastare i cambiamenti climatici e tutelare la salute dando speranza al nostro futuro
Appello per una manifestazione nazionale nel Polesine e presidi davanti alle centrali a carbone
La scelta di incrementare l'uso del carbone per la produzione di energia elettrica è una scelta nociva e sbagliata, soprattutto oggi che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per il futuro del Pianeta e le fonti rinnovabili, insieme all'efficienza energetica, rappresentano l'alternativa efficace e praticabile. La combustione del carbone in centrali elettriche rappresenta, infatti, la più grande fonte "umana" di inquinamento da CO2, più del doppio di quelle a gas. A parole tutti sono per la lotta ai cambiamenti climatici, ma in Italia si fanno scelte in senso contrario, nonostante l'Unione Europea abbia assunto la decisione di ridurre entro il 2020 di almeno del 20% le emissioni di gas serra, rispetto ai livelli del 1990.
Il carbone è anche una grave minaccia per la salute di tutti: la combustione rilascia un cocktail di inquinanti micidiali (Arsenico, Cromo, Cadmio e Mercurio, per esempio), che coinvolgono un'area molto più vasta di quella intorno alla centrale. L'Anidride solforosa emessa, combinandosi con il vapore acqueo, provoca le piogge acide, per non parlare dei danni alla salute derivanti dalle polveri sottili.
La consapevolezza del legame tra danno ambientale e minacce per la salute umana, con inevitabili costi per la collettività, dovrebbe ormai costituire una consapevolezza comune. Ciò nonostante, e per mere convenienze proprie legate all'attuale prezzo del carbone (peraltro in salita), alcune aziende insistono per costruire nuove centrali a carbone o riconvertire centrali esistenti.
Con i recenti referendum oltre 26 milioni di italiani hanno rivendicato il diritto a decidere del proprio futuro, un futuro in cui i cambiamenti climatici non raggiungano livelli distruttivi per l'ambiente, il benessere e la stessa specie umana, un futuro di vera sicurezza energetica, un futuro di vera e stabile occupazione. In contrasto con questa ampia richiesta popolare Governo, Enel e altri lanciano invece un "piano carbone" che, oltre a Porto Tolle, riguarda la riconversione di vecchie centrali come Vado Ligure, La Spezia, e Rossano Calabro, o addirittura la costruzione  di nuove centrali come Saline Ioniche, con un livello di investimenti, pubblici e privati, dell'ordine di 10 miliardi di euro. Con buona pace del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili. Rivendichiamo il diritto a essere coinvolti in scelte chiare, fondate su strategie e piani condivisi e non dettati dalle lobby energetiche, ma dall'interesse di tutti e dal bene comune.
Proponiamo il territorio polesano come laboratorio nazionale per cominciare ad immaginare ed attuare l'alternativa energetica, per uscire dalle fonti fossili.
Cominciamo questo percorso con una giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone il 29 ottobre, e con una manifestazione nazionale nel Polesine.
A Porto Tolle, l'Enel vuole - anche con modifiche alle leggi e alle normali procedure, operate da una politica compiacente - convertire una centrale a olio combustibile in una centrale a carbone della potenza di 2000 MW, nel mezzo del parco del Delta del Po. Questa centrale a carbone emetterebbe in un solo anno 10 milioni di tonnellate di CO2 (4 volte le emissioni di Milano), 2800 tonnellate di ossidi di azoto (come 3.5 milioni di auto), 3700 tonnellate di ossidi di zolfo (più di tutti i veicoli in Italia), richiedendo lo smaltimento di milioni di tonnellate di gessi e altre sostanze.
La centrale a carbone di Porto Tolle non ha alcun senso.
La riconversione avverrebbe al di fuori e contro di ogni strategia di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (strategia che ancora oggi non c'è) e persino di ogni logica energetica, dal momento che l'Italia ha una potenza istallata quasi doppia rispetto al picco della domanda, al punto che i produttori di energia elettrica lamentano che gli impianti vengono oggi usati per un terzo della loro potenzialità.
Non solo: oggi le maggiori prospettive di nuovi posti di lavoro, nel mondo e in Italia, sono nei settori delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, con numeri che in alcuni Paesi ormai superano l'industria tradizionale; al contrario, la centrale a carbone porrebbe a rischio l'occupazione già esistente, e quella futura, nell'agricoltura, nel turismo e nella pesca.
La riconversione a carbone avverrebbe con una tecnologia di combustione che, pur spinta ai suoi migliori livelli, resta sempre assai più inquinante di quella basata sul gas naturale, e dannosa per la salute; nel caso di Porto Tolle, i dati di rilevazione e le epidemiologie mostrano che l'inquinamento e i danni sanitari si estenderebbero per buona parte della Pianura Padana.
Il ricatto occupazionale di ENEL, dunque, va rifiutato da tutti con dignità e fermezza, perché oggi più che ieri il futuro è nell'economia sostenibile per l'ambiente e la salute, tanto più che, sul piano occupazionale, la bonifica dell'area ed una sua riconversione verso impianti e produzioni nel settore delle energie rinnovabili pulite darebbero lavoro stabile e sicuro ad un maggior numero di persone.
Con la giornata del 29 ottobre ci rivolgiamo a tutti, anche a coloro che subiscono il ricatto occupazionale, nel Polesine e ovunque in Italia vi siano centrali a carbone o progetti di costruzione di nuove centrali o di ampliamento di quelle esistenti, per rifiutare tutti insieme la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute, cominciando  invece a costruire un lavoro dignitoso, una società basata sull'interesse comune e non sugli interessi di poche lobbies, sulla possibilità di un futuro per tutte e tutti.
Promotori
Alternativa, AltraMente scuola per tutti, AltroVe, Arci, A Sud, Cepes, Circolo culturale AmbienteScienze, Comitato Energiafelice, Comitato SI' alle Rinnovabili NO al nucleare, Coordinamento Veneto contro il carbone, Ecologisti Democratici, Fare Verde, Federconsumatori, Focsiv - Volontari nel mondo, Forum Ambientalista, Greenpeace, ISDE-Medici per l'Ambiente, Italia Nostra, Kyoto Club, Legambiente, Lipu, Movimento difesa del cittadino, Movimento Ecologista, OtherEarth, Rete della Conoscenza (Uds-Link), RIGAS, Slow Food Italia, WWF, Ya Basta.

Indignati Savonesi a Roma Di Matteo Loschi

Diario di una giornata di lotta dei savonesi aderenti alla manifestazione dell'indignazione europea (e non solo)

Da savonanews.it 

Un video da creatv.tv

Alcuni momenti della manifestazione

 

giovedì 20 ottobre 2011

Dopo il 15 ottobre, un'assemblea pubblica per «ripendere il cammino»

Il testo dell'appello che lancia l'assemblea pubblica di  venerdì 21 ottobre al cinema Palazzo di Roma.
Roma 21.10: riprendere il cammino Dopo il 15 ottobre, un'assemblea pubblica per guardare avanti
20 / 10 / 2011

Sono già moltissimi i commenti delle singole realtà e individualità che, a nome proprio, stanno ricostruendo e interpretando gli accadimenti avvenuti nella manifestazione del 15 ottobre. Queste prese di parola compongono un quadro molto differenziato ma ancora incapace di proporre un punto di vista comune in grado di rilanciare una nuova fase di movimento. Partiamo dunque da qui, dalla necessità di ricostruire una discussione pubblica di movimento che punti ad assumere per intero, senza reticenze e opacità di comodo, la problematicità dei fatti accaduti nella manifestazione di sabato a Roma, guardando però alla strada che dobbiamo costruire in avanti.
Una discussione pubblica, però, non è affatto un contenitore vuoto e indeterminato. Si costituisce a partire da alcune premesse preliminari e discriminanti. Se non ci si intende sulle premesse, meglio non discutere.

La manifestazione del 15 ottobre ha dimostrato che le lotte che in questi ultimi anni si sono date in Italia contro la crisi economica hanno avuto la forza di aprire uno spazio di movimento potenzialmente maggioritario nella società, capace di parlare a milioni di persone. L’enorme partecipazione e la variegata composizione sociale che l’ha animata stanno lì a dimostrarlo. La manifestazione del 15 non è mai stata, se non nella testa di componenti minoritarie, schiave della loro mediocre identità, il campo di contesa per le rappresentanze di movimento. È stata, come nel resto del mondo, il punto di convergenza e di proliferazione dei conflitti contro la dittatura finanziaria.

È questo spazio comune, conquistato dalle lotte, ad esser stato preso di mira e in ostaggio, tanto dall’azione di gruppi che hanno esplicitamente messo in pericolo, senza alcun senso politico, lo svolgimento della manifestazione, quanto dal comportamento delle forze dell'ordine che hanno attaccato in modo indiscriminato, costringendo le persone che si trovavano a Piazza San Giovanni a difendersi come potevano.
La restrizione degli spazi di agibilità democratica, così come la delazione di massa sui social network sono l’effetto, politico e sociale, della chiusura di questa possibilità di comporre la molteplicità dei punti di vista, delle forme di conflitto e di espressione.
Noi questo spazio dobbiamo riaprirlo!
Innanzitutto respingendo in modo categorico la riedizione, fuori tempo massimo, del dibattito sulla violenza e la non violenza. Per noi quello che distingue una pratica da un’altra è la sua capacità di modificare lo stato di cose presenti, di connettere, di allargare il consenso e creare le condizione per un’altra società. Da qui si riparte. Dalla constatazione, realistica, che i movimenti sono oggi maturi per definire un nuovo processo costituente, fatto di una radicalità in grado di costruire istituzioni sociali incentrate sulla democrazia dei beni comuni.
Non lasceremo a nessuno la possibilità di ridurre tutto questo: è la stessa maturità dei movimenti del presente a necessitare oggi più che mai di definire, da sé, la sua capacità di autodeterminarsi, di stabilire i suoi criteri di legittimità.
Per questo lanciamo un’assemblea pubblica, venerdì 21 ottobre presso il Cinema Palazzo, Sala Vittorio Arrigoni, piazza dei Sanniti, 9/A dalle ore 17. Per rilanciare insieme ed uscire dalla morsa che stringe il nostro futuro.
Action – diritti in movimento, Angelo Mai Altrove, Anomalia Sapienza/UniCommon Roma, Assemblea di Medicina (Sapienza), csa Astra, csoa Corto Circuito, Esc – atelier autogestito, Horus Project, Point Break – studentato occupato e autogestito, csoa La Strada, csa Onda Rossa 32, RadioSonar, csoa Sans Papiers, csoa Spartaco, Strike Spa