giovedì 20 ottobre 2011

Come guidare il default italiano


Di Guido Viale Da Il Manifesto del 05/10/2011.

Il fallimento di uno Stato (il cosiddetto default) non è un evento puntuale ma un processo. L'evento puntuale è la dichiarazione con cui lo Stato comunica che non intende più o non è più in grado di pagare alcuni dei suoi debiti: cioè di rimborsare alla loro scadenza i titoli (bond) che ha emesso.
L'evento può assumere varie forme: se la cosa avviene "inaspettatamente" può gettare nel caos il paese debitore, ma anche alcuni dei paesi creditori (quelli le cui banche o i cui risparmiatori hanno accumulato quei bond) e, poi, il resto del mondo; o quasi. Oggi la cosa sembra impensabile; ma abbiamo di fronte anni di turbolenza finanziaria che renderanno sempre più difficile prepararsi a eventi del genere. Oppure può assumere forme "pilotate", con accordi che ripartiscano gli oneri del default tra debitore e creditore, cercando di contenere i danni; può avvenire in forma parziale, attraverso la promessa di rimborsare solo una parte del valore nominale dei bond; o in forma "selettiva", differenziando l'entità del rimborso a seconda della tipologia dei creditori (garantendo un rimborso maggiore ai piccoli risparmiatori, uno minore ai grandi investitori nazionali e uno ancora inferiore o nullo a quelli esteri). Oppure può avvenire sterilizzando il
debito, il cui valore nominale resta inalterato, ma il cui rimborso viene procrastinato nel tempo.
Scelte del genere non comporterebbero necessariamente "l'uscita dall'euro" degli Stati insolventi: non ci sono "procedure per farlo" - e non è una cosa semplice - e scatenerebbero una fuga dall'euro di tutti gli Stati a rischio; cioè la dissoluzione della moneta unica, gettando l'Europa in un caos anche peggiore. Inoltre, non è detto che il ritorno a una moneta nazionale comporti, per lo Stato in default, un recupero di competitività con una svalutazione e il ritorno a una bilancia dei pagamenti in equilibrio. Se il tessuto produttivo non c'è, o è inadeguato, la svalutazione non basta per togliere quote di mercato ai più forti in campo tecnologico e amministrativo: soprattutto in un mercato in contrazione, come sarà quello europeo, e mondiale, nei prossimi anni.
In ogni caso, di fronte a una stretta del credito (credit crunch) potrebbero svolgere un ruolo decisivo la creazione e la moltiplicazione di "monete" a base locale emesse, in circuiti ristretti, su basi fiduciarie. È un tema che meriterebbe maggiore attenzione. Le conseguenze delle alternative qui prospettate non sono ovviamente le stesse; ma in tutti i casi il default non è una passeggiata: una notevole contrazione della circolazione monetaria, della produzione, dell'occupazione legata alle attività in essere, dei redditi e del potere di acquisto è inevitabile, come lo sono una fuga di capitali - se le reti per intercettarli non sono adeguate - un blocco degli investimenti esteri e privati e l'impossibilità, per diversi anni, di ricorrere a nuove emissioni (cioè di fare altri debiti). Ma, a ben vedere, questi non sono che in minima parte "effetti" dell'evento default, bensì i fenomeni che lo precedono e lo preparano: sono il default come processo.
Quello che stiamo vivendo.
Prendiamo il caso della Grecia. È palesemente in default da oltre un anno: da quando Papandreou ha preso atto delle condizioni in cui era stato lasciato il bilancio dello Stato. Non avrà più, per decenni, la possibilità di ripagare il suo debito, ma nemmeno di far fronte agli interessi per rinnovarlo alle scadenze. Le politiche imposte dalla "troika" dell'Unione europea (Commissione, Bce, Fmi) ne strangolano l'economia rendendo
irreversibile la corsa al default. Tuttavia solo da qualche settimana alcuni economisti mainstream cominciano a dirlo e qualche politico o banchiere a prospettarlo. Gli speculatori invece lo sanno da tempo (stanno acquistando bond greci a un terzo del loro valore nominale, perché, quando il default sarà dichiarato, la Bce glieli ricomprerà al doppio). Ma allora, perché la troika non impone subito alla Grecia un default pilotato? Perché nel frattempo, con la scusa di evitarlo, la depreda; cioè, la fa depredare dalla
finanza internazionale che è il suo mandante: stipendi, occupazione, pensioni, sanità, scuole, servizi pubblici, spiagge, isole, porti, tutto viene messo in vendita - a prezzi di saldo, per costituire il "tesoretto" da devolvere ai creditori; e per cedere alla finanza internazionale i beni comuni del paese. Questo è il default come processo.
E l'Italia? Siamo sulla stessa strada, a una tappa di poco precedente: ma anche il processo del nostro default è in pieno corso. Le imposizioni della Bce all'Italia sono state dettagliate nella lettera "segreta" di Trichet e Draghi, che contiene un vero e proprio programma di governo; il che manda all'aria le lamentele di coloro che attribuiscono la crisi in corso alla mancanza di un vero governo dell'Unione europea: quel governo invece c'è, eccome! Solo che non fa quello che chi ne denuncia la mancanza vorrebbe che
facesse. Anzi, fa l'esatto opposto; e non per insipienza, ma per corrispondere agli interessi di chi manovra i cosiddetti mercati; che poi mercati non sono, bensì potere di vita e di morte sull'intero pianeta. Il programma di governo di Draghi e Trichet è uguale a quello che sta accompagnando la Grecia al default: privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, taglio delle pensioni, degli stipendi e dell'occupazione nel pubblico impiego (scuola e sanità al primo posto); abolizione dei contratti, libertà di licenziare; azzeramento del deficit a suon di tasse sui meno abbienti.
Ha quel programma la minima possibilità di rimettere in sesto l'economia italiana? Di rilanciare la crescita (parola magica e assolutamente vuota in nome della quale si giustifica ogni assalto alle condizioni di vita di intere nazioni)? Dimenticando tra l'altro che la crescita (del Pil) si sta dileguando in tutta Europa e segna il passo, o sta per farlo, anche nei principali paesi "emergenti", cui era affidata la speranza di un traino dell'economia mondiale fuori dalle secche della crisi. E dimenticando, soprattutto, che un
nesso tra la crisi economica e l'impossibilità di una crescita illimitata in un pianeta finito ci deve pur essere (ma si contano sulle dita di una mano, anche tra gli economisti non mainstream, quelli che se ne ricordano). L'economia italiana, quand'anche raggiungesse il pareggio di bilancio con le manovre decise e quelle ancora da fare (cosa improbabile), avrebbe pur sempre 70 miliardi di interessi da sborsare ogni anno (il 5 per cento del Pil); in più, per rispettare il patto euro-plus, dovrebbe recuperare ogni anno il 5 per cento del 40 per cento del suo debito (40 miliardi circa: un altro 3 per cento di Pil): una cura da cavallo a cui anche un tessuto produttivo come quello italiano - che pure ha potenzialità maggiori di quello greco - non potrà che soccombere. In un mondo percorso da continue turbolenze finanziarie e da una crescita evanescente, l'economia italiana non potrà mai raggiungere performances sufficienti a centrare obiettivi del genere. Il default come processo è quindi in corso. Certo la situazione potrebbe cambiare se cambiassero le regole di governance dell'euro. Se la Bce emettesse gli eurobond (ma forse non basterebbe); se potesse creare moneta come fanno le vere banche centrali; se l'Unione europea adottasse politiche fiscali comuni a tutti gli Stati; se si varasse subito una consistente Tobin tax; se. Ma non sta succedendo nulla di tutto ciò; e niente lascia pensare che succeda. A meno che.A meno che gli Stati messi alle corde - come hanno fatto banche e assicurazioni nel 2008 - non prendano atto che il coltello dalla parte del manico ce l'hanno i debitori e non i creditori, perché sono too big to fail, mettendo in campo la vera alternativa del momento: quella tra il default come processo e il default come evento, fatto compiuto. Allora sì che l'Europa correrebbe ai ripari! Certo ad adottare una politica del genere non sarà l'attuale governo, né quello che si sta allenando a bordo campo con la benedizione di Confindustria: quella che ha coccolato per diciassette anni Berlusconi dimostrando - tra l'altro - di essere un allenatore da strapazzo. Questa alternativa è un varco obbligato per chiunque accetti di dare voce alle forze, sempre più ampie, sempre meno disperse, sempre più transnazionali, che ieri dicevano «la vostra crisi non la paghiamo» e che oggi hanno tradotto questo comune sentire in un obiettivo preciso: «il debito non si paga!» Certo un obiettivo del genere non basta: ci vogliono anche non grandi opere per rilanciare la crescita, come è nella proposta degli eurobond e negli sproloqui di Confindustria, bensì programmi di conversione ecologica: promozione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, agricoltura e mobilità sostenibili, riciclo totale nella gestione di risorse e rifiuti, manutenzione del territorio e rinaturalizzazione di quello non costruito, accoglienza e istruzione per tutti e tutte le età, ricerca mirata alla conversione; e poi, reperimento delle risorse "mettendo le mani nelle  tasche" di quegli italiani che Berlusconi e Tremonti hanno protetto per anni; e azzerando gradualmente produzioni e opere inutili o dannose. Ma se non si affronta in modo radicale il nodo del debito, la politica scompare (anzi, non ricompare più) perché vuol dire che si accetta come fatto compiuto il trasferimento della sovranità dal popolo ai "mercati"

mercoledì 12 ottobre 2011

Report sulla riunione del comitato promotore Dobbiamo Fermarli svoltasi l'11 ottobre









Il comitato promotore dell'assemblea del 1° ottobre, si è riunito martedì 11 ottobre per fare un primo bilancio dell'assemblea e indicare una prima tabella di marcia del percorso avviato.
Le valutazioni sull'assemblea al teatro Ambra Jovinelli sono state tutte positive sia per la partecipazione numerica che per lo spirito unitario dell'iniziativa. E' un segnale di controtendenza importante che ben si coniuga con i contenuti dell'incontro e del percorso messosi in moto con l'appello "Dobbiamo fermarli".
Che la prima assemblea sia andata molto bene è un punto di partenza incoraggiante ma non sufficiente.
Per questo motivo è indispensabile avviare il percorso sui passaggi indicati e condivisi nel documento finale approvato dall'assemblea del 1° ottobre.
Il comitato promotore invita tutte e tutti gli aderenti all'appello Dobbiamo Fermarli a:
  • rispettare lo spirito unitario che anima il comitato promotore nazionale anche a livello locale, cercando in tutti i modi di far convergere le/i singoli, le forze organizzate e i soggetti che hanno condiviso l'appello e i cinque punti del programma. E' un passaggio un po' più difficile in alcune realtà ma che va esperito con convinzione a tutti i livelli;
  • convocare entro il 20 novembre le assemblee locali dei firmatari dell'appello e di quelli che via via ne stanno condividendo il progetto. La costruzione dei coordinamenti locali, è un passaggio fondamentale. Le assemblee locali dovranno approfondire la discussione e l'elaborazione sui cinque punti del programma e cominciare a immaginare l'articolazione locale del lancio della campagna nazionale “Noi il debito non lo paghiamo”. A tale scopo è stata approntata una bozza di testo di una petizione popolare, come strumento per i banchetti e il lavoro di massa sulle parole d'ordine della campagna. L'approvazione definitiva del testo è in via di discussione ma è a buon punto
  • per sabato 17 dicembre sarà convocata una nuova assemblea nazionale nella quale le/i portavoce designate/i dai coordinamenti locali relazioneranno sui risultati delle assemblee e dei coordinamenti locali. Al termine dell'assemblea verrà lanciata la campagna nazionale vera e propria in tutti i suoi aspetti.
  • tra il 15 e il 30 novembre verrà organizzato un seminario di approfondimento con esperti (economisti, giuristi) sulle proposte che verranno avanzate nella campagna (sul non pagamento del debito, sul referendum contro i diktat della Bce, ecc.)
  • sono stati creati tre gruppi di lavoro: uno che preparerà il seminario con gli economisti (F. Russo, M. Casadio, P. Pagliani); uno che curerà l'organizzazione (F. Burattini, E. Papi); uno che curerà la comunicazione (S. Bianchi, J. Venier, G. Chiesa, S. Cararo).
Relativamente alla manifestazione del 15 Ottobre
Il comitato promotore valuta positivamente che l'indicazione di contestazione della Banca d'Italia e della Bce messa in campo già dal 26 settembre con la conferenza stampa di presentazione dell'assemblea del 1° ottobre e della campagna “Noi il debito non lo paghiamo” realizzata proprio a ridosso della sede della Banca d'Italia, sia diventata una indicazione di massa e condivisa da settori crescenti dei movimenti sociali, sindacali e giovanili.
L'assemblea del 1° Ottobre ha deciso la partecipazione alla manifestazione del 15 Ottobre contro quello che ha definito il “governo unico delle banche” sia a livello nazionale che europeo. Ritiene che la piattaforma della manifestazione sia inadeguata rispetto alla realtà del conflitto sociale e alle responsabilità della crisi. La mobilitazione europea del 15 Ottobre ha infatti un chiaro segno anticapitalista che nella convocazione italiana è venuto attenuandosi in modo evidente.
Staremo in piazza con un nostro spezzone unitario e rappresentativo di tutte le realtà che hanno aderito all'appello con un camion con amplificazione e con lo striscione: “Contro l'Europa delle banche – Noi il debito non lo paghiamo – Dobbiamo Fermarli” (vedi l'immagine dello striscione nel file allegato).
L'appuntamento è alle ore 12.30 davanti al museo di Palazzo Massimo (angolo tra Piazza dei Cinquecento e Piazza della Repubblica - vedi mappa nel file allegato).
Il nostro striscione sarà nel corteo fino alla sua conclusione in piazza San Giovanni ma sosterremo le iniziative che intenderanno dare forza, conflittualità e continuità alla giornata di mobilitazione europea del 15 Ottobre.

giovedì 6 ottobre 2011

15 Ottobre 2011 Roma Giornata di Mobilitazione Europea e Internazionale

15 Ottobre 2011 Roma
Giornata di Mobilitazione Europea e Internazionale

La Commissione Europea, La Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale, le banche, le finanziarie nazionali e multinazionali stanno imponendo con la forza  ai governi europei, complici e succubi, i dogmi e il primato del mercato, della speculazione finanziaria e del pareggio di bilancio.
E’ in atto un impoverimento costante della popolazione italiana ed europea.
In Italia il valore trasferito dai salari ai profitti ammonta a più di 7.000 euro annui procapite per ogni cittadino italiano. (Marco Revelli: Poveri ,noi)
Nel casinò della speculazione finanziaria globale sono stati bruciati da 28 a 100 trilioni di dollari, pari a 1,8 volte il PIL mondiale (calcoli e stime della Oxford Economics).
Ben lontani dal rimettere in piedi una economia già di per sé anarchica e traballante, le misure adottate hanno bruciato milioni di posti di lavoro, portato al fallimento migliaia di imprese, distrutto professionalità e diritti alla sopravvivenza di milioni di persone, regalando fra il 2007 ed il 2010,una cifra tra i 12 e i 15 trilioni di dollari / euro per salvare le maggiori banche e compagnie assicurative troppo grandi per fallire, (Luciano Gallino Finanzcapitalismo), e per farlo hanno contratto debiti di miliardi di euro con le stesse.
Per recuperarli, hanno tagliato le pensioni, i servizi sociali, il lavoro, i diritti,la sanità, la scuola, la cultura, i servizi pubblici locali, la democrazia.
In particolar modo nella sanità questo ha portato alla chiusura di ospedali e reparti, rinvio delle operazioni e delle visite, aumenti dei tickets, peggioramento delle condizioni dei degenti e dei lavoratori del settore.

Questa cura non farà altro che peggiorare la malattia.
Per questo un movimento popolare che si sta estendendo a livello europeo e mondiale afferma che noi questo debito non lo pagheremo, non è il nostro.

Riprendiamoci il nostro diritto di cittadinanza e di scelta come fondamento di democrazia reale.
Partecipa con noi alla manifestazione internazionale di Roma del 15 Ottobre insieme al popolo greco, al popolo spagnolo, al popolo europeo.

United for global change
Dobbiamo fermarli

Aderisci a questa mobilitazione internazionale scrivendo a unitiallabase@gmail.com
Organizziamo pullman per Roma

Promuovono da Savona la partecipazione a questa manifestazione:
Amico Giorgio (pensionato ex insegnante)
Bolla Nicolò (insegnante)
Boveri Giuseppe (Docente)
Capici Beppe (Segreteria ALLCA-CUB, operaio Verallia Dego)
Cornetti Giuliana (Consigliera per le pari Opportunità)
Filisetti Vilma (SPI CGIL e Direttivo Camerale CGIL Savona, ex insegnante)
Garbarino Valtero (USB INPS)
Ghiso Valeria (Direttivo Provinciale e Regionale FLC CGIL, insegnante)
Icardo Giampiero (RSA Cartiera Bormida e Segreteria CUB-Informazione)
Loschi Maurizio (Segreteria Provinciale Flaica Cub, operaio)
Loschi Nives (CUB-Pensionati)
Maritano Claudia (Artigiana)
Melandri Roberta (precaria della scuola)
Mocco Furio (lavoratore Ferrania Technologies)
Murru Antonio (Segreteria ALLCA CUB
Nichelatti Maurizia (Spi CGIL ex insegnante)
Perotti Paola (segretaria CUB Sanità)
Reverdito Maria Teresa (USB INPS)
Vigna Marco (RSU Infineum e Direttivo Nazionale ALLCA CUB)

Unitiallabase Savona: Collettivo di compagni e compagne attivi contro la crisi

martedì 4 ottobre 2011

La Photo Gallery dell'assemblea

La delegazione da Savona e Valbormida




La sala si sta riempiendo








L'introduzione di Giorgio Crmaschi

Alcuni striscioni




























































Il Documento finale approvato dall'assemblea del 1 ottobre 2011

Quello che segue è il documento approvato all'unanimità (meno 2 astenuti e 2 contrari) dai circa 1000 partecipanti all'assemblea nazionale delle/dei firmatari/e dell'appello "Dobbiamo fermarli. Noi il debito non lo paghiamo" svoltasi il 1° ottobre al teatro Ambra Jovinelli di Roma
Documento finale


Noi partecipanti all’assemblea del 1° ottobre a Roma: “Noi il debito non lo paghiamo. Dobbiamo fermarli” ci assumiamo l’impegno di costruire un percorso comune.
Tale percorso ha lo scopo di affermare nel nostro paese uno spazio politico pubblico, che oggi viene negato dalla sostanziale convergenza, sia del governo sia delle principali forze di opposizione, nell’accettare i diktat della Banca Europea, del Fondo Monetario Internazionale, della Confindustria e della speculazione finanziaria. Vogliamo costruire uno spazio politico pubblico, che rifiuti le politiche e gli accordi di concertazione e patto sociale, che distruggono i diritti sociali e del lavoro. Vogliamo costruire uno spazio politico pubblico nel quale si riconoscono tutte e tutti coloro che non vogliono più pagare i costi di una crisi provocata e gestita dai ricchi e dal grande capitale finanziario e vogliono invece rivendicare sicurezza, futuro, diritti, reddito, lavoro, uguaglianza e democrazia.
Vogliamo partire dai cinque punti attorno ai quali è stata convocata questa assemblea
  1. Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali, nazionalizzare le banche
  2. No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra, no alla corruzione e ai privilegi di casta
  3. Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà. Siamo contro l'accordo del 28 giugno e l'articolo 8 della manovra finanziaria.
  4. Per l’ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per il diritto allo studio nella scuola pubblica.
  5. Una rivoluzione per la democrazia. Uguale libertà per le donne. Parità di diritti per i migranti. Nessun limite alla libertà della rete. Il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro voto.
Ci impegniamo a portare i temi affrontati in questa assemblea diffusamente in tutto il territorio nazionale, costruendo un movimento radicato e partecipato. Così pure vogliamo approfondire i singoli punti della piattaforma con apposite iniziative e con la costruzione di comitati locali aperti alle firmatarie e ai firmatari e a chi condivide il nostro appello. 
Intendiamo organizzare una petizione di massa sul diritto a votare sul vincolo europeo.
Nel mese di dicembre, a conclusione di questo percorso a cui siamo tutti impegnati a dare il massimo di diffusione e partecipazione, verrà convocata una nuova assemblea nazionale, che raccoglierà tutti i risultati e le proposte del percorso e che definirà la piattaforma, le modalità di continuità dell’iniziativa, le mobilitazioni e anche eventuali proposte di mobilitazione e di lotta.
Intendiamo costruire un fronte comune di tutte e tutti coloro che oggi rifiutano sia le politiche del governo Berlusconi, sia i diktat del governo unico delle banche. Diciamo no al vincolo europeo che uccide la nostra democrazia. Chi non è disposto a rinviare al mittente la lettera della Banca Europea non sta con noi. 
Questo fronte comune non ha scopo elettorale, ma vuole intervenire in maniera indipendente nella vita sociale e politica del paese, per rivendicare una reale alternativa alle politiche del liberismo e del capitalismo finanziario. Questo fronte comune vuole favorire tutte le iniziative di mobilitazione, di lotta, di autorganizzazione che contrastano le politiche economiche liberiste. 
Questo percorso si inserisce nel contesto dei movimenti che, in diversi paesi europei e con differenti modalità e percorsi, contestano le politiche di austerità e la legittimità del pagamento debito a banche e imprese.
Su queste basi i partecipanti all’assemblea saranno presenti attivamente anche alla grande manifestazione del 15 ottobre a Roma sotto lo striscione “Noi il debito non lo paghiamo”.




Mozione

presentata all'assemblea Dobbiamo fermarli  del 1° ottobre
da Imma Barbarossa (Rete femminista Sinistra Europea) e Lidia Cirillo (Quaderni Viola)
Sappiamo che nei momenti di crisi economica e sociale le donne sono sempre le più colpite, sia per l’attacco al welfare sia perché si chiede loro di sostituirsi all’assenza del pubblico nei lavori di cura sia perché il loro salario è considerato "aggiuntivo" e "famigliare" sia perché vengono licenziate per prime.
Oggi anche gli uomini, giovani e meno giovani, sono vittime di una crisi causata dalla speculazione e dai poteri forti: la precarietà invade i tempi di lavoro e di vita di tutte e tutti. Le donne resistono, hanno detto NO a Marchionne a Pomigliano. Sono soggetti attivi della trasformazione, del nesso tra diritti sociali e diritti civili, delle reti della conoscenza, del nesso tra condizione e coscienza. Un'assemblea alternativa come questa non può non tenerne conto: non si tratta di quote o di pari opportunità. Si tratta di un punto di vista, senza il punto di vista di genere non c’è trasformazione sociale, culturale, politica.

lunedì 3 ottobre 2011

Alcuni commenti a caldo sull’assemblea di Sabato 1 Ottobre 2011 di Furio Mocco

Eravamo oltre 1100 persone  Sabato 1 ottobre alla prima assemblea di Dobbiamo fermarli.
Oltre le più rosee aspettative è stata la risposta e la partecipazione di tantissime persone che hanno voluto in questo modo rappresentare non solo la condivisione dei 5 punti fondanti dell’appello; ma il loro impegno a portare nei territori lo scopo e gli obiettivi di questo movimento.
Il documento conclusivo letto da Giorgio Cremaschi alla fine della giornata (http://www.libera.tv/videos/1753/noi-il-debito-non-lo-paghiamo---le-conclusioni-di-cremaschi.html)è stato approvato a maggioranza bulgara (2 voti contrari e 1 astensione su oltre 1000 votanti).
I prossimi obiettivi di Dobbiamo fermarli sono
  • Pubblicizzare nei vari territori la piattaforma di dobbiamo fermarli, lavoro che avrà in dicembre un momento di verifica nel corso di una prossima assemblea collettiva già annunciata.
  • Da ottobre a fine novembre partirà quindi una attività capillare nei territori al fine di ampliare la dimensione di questo mevimento.Da qui la necessità di formare dei comitati territoriali in tal senso.
  • Preparare la partecipazione alla manifestazione europea del prossimo 15 ottobre  sotto il cartello ‘Dobbiamo fermarli’.
  • Obiettivo strategico è quello di inserirsi in un processo di contestazione Europeo e sovranazionale,che vede nel 15 ottobre un primo appuntamento importante.
 Al di la di sfumature ed accenti, il messaggio comune e dirompente portato dai vari attivisti di base, è stata la consapevolezza della necessità di costruire uno spazio pubblico e politico di azione contro il governo delle banche e dei banchieri.
Unanime e più volte ribadita negli interventi è stata la completa contrapposizione del movimento sia alle politiche liberiste del governo Berlusconi, che alle politiche di liberismo temperato interpretato dallo schieramento di centro-sinistra.
Interessanti sollecitazioni sono venute dalla delegata sindacale Como di Rete 28 Aprile che ha messo a nudo la ‘mutazione’ in atto all’interno della FIOM e della CGIL in ottica elettorale ed elettoralistica.(Si veda il Video completo dellintervento http://www.libera.tv/videos/1761/como-%28rete-28-aprile%29---noi-il-debito-non-lo-paghiamo.html )
Il messaggio inoltrato Sabato 1 ottobre alla politica è stato oltremodo chiaro ed esplicito :
“Questo movimento non ha governi amici”, “qui c’è un popolo che,constata la completa mancanza di una visione e di un progetto alternativo al programma delle bache e dei banchieri,che sarà portato avanti a seconda delle convenienze o dal centro-destra o dal centro-sinistra; manifesta ,propone e si fa interprete di una visione alternativa imperniata sui 5 punti dell’appello”.
I 5 punti sono la discriminante dell’agire politico di questo movimento,la loro condivisione è condizione necessaria al fine di camminare con questo movimento.
Alla preoccupazione del ‘Default’ monetario dei cosiddetti ‘Maiali’ (piigs) questo movimento contrapporre i Default
  • dei bilanci delle famiglie e delle popolazioni
  • di prospettive per milioni di persone e di giovani
  • di democrazia sui luoghi di lavoro e in politica, default quest’ultimo, al quale il referendum sulla legge elettorale Italiana non da alcuna risposta
Questi sono i soli Default che interessano al movimento.
Personalmente aggiungo che uno dei nodi da sciogliere nel futuro sarà quello di dare una opportuna rappresentanza politica ed elettiva alle istanze rappresentate da questo movimento e così ben evidenziate Sabato 1 ottobre.
Sarà questa una nuova sinistra ? Sarà la cosiddetta sinistra plurale ? Sinceramente posso dire che più che i nomi dei contenitori,troppo spesso lasciati vuoti dei contenuti evocati dai loro stessi nomi,oggi è più che mai necessario ed importante salutare la nascita di un vero movimento di opposizione sociale al massacro sociale in atto. Senza ombra di dubbio un nuovo e sano protagonismo di base fondato su una piattaforma veramente alternativa, scevro da opportunismi e tatticismi politicistici di vertice funzionali alla partecipazione alla farsa della democrazia elettiva,di sicuro sarà uno stimolo e un banco di prova anche  per tutte quelle forze politiche della cosiddetta sinistra antagonista e di alternativa cancellata dal parlamento.  
Merito principale di questo movimento e del suo appello/progetto è stato quello di ‘rompere’ gli schemi anche e soprattutto a sinistra. Tutto ciò dimostra ancora una volta che non ci si può ulteriormente fossilizzare su dibattiti privi di progettualità alternative al dominio del mercato e inchiodati sul concetto del ‘meno peggio’.
Occorre saper indicare delle vie di uscita alla crisi in rotta di collisione con l’esistente.
Dobbiamo fermarli è l’unica novità politica,culturale e progettuale nello scenario della politica italiana, sul quale la base popolare e attivista della sinistra ‘antagonista’ ,che sembrava smarrita nel polverone della frantumazione , pare stia convergendo.
Mi auguro che il luogo politico ‘Dobbiamo Fermarli’ nelle sue varie articolazioni territoriali non diventi luogo e campo di battaglia di lotte all’egemonia tra le associazioni che sino ad ora hanno sostenuto e sottoscritto l’appello.
Sottopongo alcuni elementi che sarà opportuno approfondire all’interno di Unitiallabase
A livello territoriale si pone il problema di verificare se ‘unitiallabase’ deciderà di essere uno tra i soggetti che,appoggiando direttamente i 5 punti dell’appello dobbiamo fermarli,si proporrà come collettivo che si impegnerà nel lavoro di divulgazione,di stuio, di approfondimento e di condivisione di questo progetto, per presentarsi formalmente come soggetto promotore sia a livello regionale che nazionale , o se invece deciderà di demandare la partecipazione a questo progetto come attività di singole persone.
La mia sensazione è che Unitiallabase stia già incarnando lo spirito ed alcuni contenuti che il progetto Dobbiamo Fermarli sta esprimendo a livello nazionale. Tutto ciò a testimonianza che esiste una necessità diffusa nella cosiddetta ‘base’ popolare e attivista di rappresentare comunanza di intenti,sensazioni, sensibilità, in una parola di rappresentare ed alimentare una vera opposizione sociale che nasce quasi spontaneamente dal paese reale e che vuole in modo determinato e forte una vera svolta al modello attuale.
Dobbiamo Fermarli rappresenta, a mio avviso, ciò che è e vuol essere Unitiallabase a livello territoriale.
Furio Mocco  partecipante all’assemblea del 1 ottobre
Carcare 3 Ottobre 2011

Sabato 1 ottobre 2011 Teatro Ambra Jovinelli : i Video della giornata,il documento finale