martedì 4 ottobre 2011

La Photo Gallery dell'assemblea

La delegazione da Savona e Valbormida




La sala si sta riempiendo








L'introduzione di Giorgio Crmaschi

Alcuni striscioni




























































Il Documento finale approvato dall'assemblea del 1 ottobre 2011

Quello che segue è il documento approvato all'unanimità (meno 2 astenuti e 2 contrari) dai circa 1000 partecipanti all'assemblea nazionale delle/dei firmatari/e dell'appello "Dobbiamo fermarli. Noi il debito non lo paghiamo" svoltasi il 1° ottobre al teatro Ambra Jovinelli di Roma
Documento finale


Noi partecipanti all’assemblea del 1° ottobre a Roma: “Noi il debito non lo paghiamo. Dobbiamo fermarli” ci assumiamo l’impegno di costruire un percorso comune.
Tale percorso ha lo scopo di affermare nel nostro paese uno spazio politico pubblico, che oggi viene negato dalla sostanziale convergenza, sia del governo sia delle principali forze di opposizione, nell’accettare i diktat della Banca Europea, del Fondo Monetario Internazionale, della Confindustria e della speculazione finanziaria. Vogliamo costruire uno spazio politico pubblico, che rifiuti le politiche e gli accordi di concertazione e patto sociale, che distruggono i diritti sociali e del lavoro. Vogliamo costruire uno spazio politico pubblico nel quale si riconoscono tutte e tutti coloro che non vogliono più pagare i costi di una crisi provocata e gestita dai ricchi e dal grande capitale finanziario e vogliono invece rivendicare sicurezza, futuro, diritti, reddito, lavoro, uguaglianza e democrazia.
Vogliamo partire dai cinque punti attorno ai quali è stata convocata questa assemblea
  1. Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali, nazionalizzare le banche
  2. No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra, no alla corruzione e ai privilegi di casta
  3. Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà. Siamo contro l'accordo del 28 giugno e l'articolo 8 della manovra finanziaria.
  4. Per l’ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per il diritto allo studio nella scuola pubblica.
  5. Una rivoluzione per la democrazia. Uguale libertà per le donne. Parità di diritti per i migranti. Nessun limite alla libertà della rete. Il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro voto.
Ci impegniamo a portare i temi affrontati in questa assemblea diffusamente in tutto il territorio nazionale, costruendo un movimento radicato e partecipato. Così pure vogliamo approfondire i singoli punti della piattaforma con apposite iniziative e con la costruzione di comitati locali aperti alle firmatarie e ai firmatari e a chi condivide il nostro appello. 
Intendiamo organizzare una petizione di massa sul diritto a votare sul vincolo europeo.
Nel mese di dicembre, a conclusione di questo percorso a cui siamo tutti impegnati a dare il massimo di diffusione e partecipazione, verrà convocata una nuova assemblea nazionale, che raccoglierà tutti i risultati e le proposte del percorso e che definirà la piattaforma, le modalità di continuità dell’iniziativa, le mobilitazioni e anche eventuali proposte di mobilitazione e di lotta.
Intendiamo costruire un fronte comune di tutte e tutti coloro che oggi rifiutano sia le politiche del governo Berlusconi, sia i diktat del governo unico delle banche. Diciamo no al vincolo europeo che uccide la nostra democrazia. Chi non è disposto a rinviare al mittente la lettera della Banca Europea non sta con noi. 
Questo fronte comune non ha scopo elettorale, ma vuole intervenire in maniera indipendente nella vita sociale e politica del paese, per rivendicare una reale alternativa alle politiche del liberismo e del capitalismo finanziario. Questo fronte comune vuole favorire tutte le iniziative di mobilitazione, di lotta, di autorganizzazione che contrastano le politiche economiche liberiste. 
Questo percorso si inserisce nel contesto dei movimenti che, in diversi paesi europei e con differenti modalità e percorsi, contestano le politiche di austerità e la legittimità del pagamento debito a banche e imprese.
Su queste basi i partecipanti all’assemblea saranno presenti attivamente anche alla grande manifestazione del 15 ottobre a Roma sotto lo striscione “Noi il debito non lo paghiamo”.




Mozione

presentata all'assemblea Dobbiamo fermarli  del 1° ottobre
da Imma Barbarossa (Rete femminista Sinistra Europea) e Lidia Cirillo (Quaderni Viola)
Sappiamo che nei momenti di crisi economica e sociale le donne sono sempre le più colpite, sia per l’attacco al welfare sia perché si chiede loro di sostituirsi all’assenza del pubblico nei lavori di cura sia perché il loro salario è considerato "aggiuntivo" e "famigliare" sia perché vengono licenziate per prime.
Oggi anche gli uomini, giovani e meno giovani, sono vittime di una crisi causata dalla speculazione e dai poteri forti: la precarietà invade i tempi di lavoro e di vita di tutte e tutti. Le donne resistono, hanno detto NO a Marchionne a Pomigliano. Sono soggetti attivi della trasformazione, del nesso tra diritti sociali e diritti civili, delle reti della conoscenza, del nesso tra condizione e coscienza. Un'assemblea alternativa come questa non può non tenerne conto: non si tratta di quote o di pari opportunità. Si tratta di un punto di vista, senza il punto di vista di genere non c’è trasformazione sociale, culturale, politica.

lunedì 3 ottobre 2011

Alcuni commenti a caldo sull’assemblea di Sabato 1 Ottobre 2011 di Furio Mocco

Eravamo oltre 1100 persone  Sabato 1 ottobre alla prima assemblea di Dobbiamo fermarli.
Oltre le più rosee aspettative è stata la risposta e la partecipazione di tantissime persone che hanno voluto in questo modo rappresentare non solo la condivisione dei 5 punti fondanti dell’appello; ma il loro impegno a portare nei territori lo scopo e gli obiettivi di questo movimento.
Il documento conclusivo letto da Giorgio Cremaschi alla fine della giornata (http://www.libera.tv/videos/1753/noi-il-debito-non-lo-paghiamo---le-conclusioni-di-cremaschi.html)è stato approvato a maggioranza bulgara (2 voti contrari e 1 astensione su oltre 1000 votanti).
I prossimi obiettivi di Dobbiamo fermarli sono
  • Pubblicizzare nei vari territori la piattaforma di dobbiamo fermarli, lavoro che avrà in dicembre un momento di verifica nel corso di una prossima assemblea collettiva già annunciata.
  • Da ottobre a fine novembre partirà quindi una attività capillare nei territori al fine di ampliare la dimensione di questo mevimento.Da qui la necessità di formare dei comitati territoriali in tal senso.
  • Preparare la partecipazione alla manifestazione europea del prossimo 15 ottobre  sotto il cartello ‘Dobbiamo fermarli’.
  • Obiettivo strategico è quello di inserirsi in un processo di contestazione Europeo e sovranazionale,che vede nel 15 ottobre un primo appuntamento importante.
 Al di la di sfumature ed accenti, il messaggio comune e dirompente portato dai vari attivisti di base, è stata la consapevolezza della necessità di costruire uno spazio pubblico e politico di azione contro il governo delle banche e dei banchieri.
Unanime e più volte ribadita negli interventi è stata la completa contrapposizione del movimento sia alle politiche liberiste del governo Berlusconi, che alle politiche di liberismo temperato interpretato dallo schieramento di centro-sinistra.
Interessanti sollecitazioni sono venute dalla delegata sindacale Como di Rete 28 Aprile che ha messo a nudo la ‘mutazione’ in atto all’interno della FIOM e della CGIL in ottica elettorale ed elettoralistica.(Si veda il Video completo dellintervento http://www.libera.tv/videos/1761/como-%28rete-28-aprile%29---noi-il-debito-non-lo-paghiamo.html )
Il messaggio inoltrato Sabato 1 ottobre alla politica è stato oltremodo chiaro ed esplicito :
“Questo movimento non ha governi amici”, “qui c’è un popolo che,constata la completa mancanza di una visione e di un progetto alternativo al programma delle bache e dei banchieri,che sarà portato avanti a seconda delle convenienze o dal centro-destra o dal centro-sinistra; manifesta ,propone e si fa interprete di una visione alternativa imperniata sui 5 punti dell’appello”.
I 5 punti sono la discriminante dell’agire politico di questo movimento,la loro condivisione è condizione necessaria al fine di camminare con questo movimento.
Alla preoccupazione del ‘Default’ monetario dei cosiddetti ‘Maiali’ (piigs) questo movimento contrapporre i Default
  • dei bilanci delle famiglie e delle popolazioni
  • di prospettive per milioni di persone e di giovani
  • di democrazia sui luoghi di lavoro e in politica, default quest’ultimo, al quale il referendum sulla legge elettorale Italiana non da alcuna risposta
Questi sono i soli Default che interessano al movimento.
Personalmente aggiungo che uno dei nodi da sciogliere nel futuro sarà quello di dare una opportuna rappresentanza politica ed elettiva alle istanze rappresentate da questo movimento e così ben evidenziate Sabato 1 ottobre.
Sarà questa una nuova sinistra ? Sarà la cosiddetta sinistra plurale ? Sinceramente posso dire che più che i nomi dei contenitori,troppo spesso lasciati vuoti dei contenuti evocati dai loro stessi nomi,oggi è più che mai necessario ed importante salutare la nascita di un vero movimento di opposizione sociale al massacro sociale in atto. Senza ombra di dubbio un nuovo e sano protagonismo di base fondato su una piattaforma veramente alternativa, scevro da opportunismi e tatticismi politicistici di vertice funzionali alla partecipazione alla farsa della democrazia elettiva,di sicuro sarà uno stimolo e un banco di prova anche  per tutte quelle forze politiche della cosiddetta sinistra antagonista e di alternativa cancellata dal parlamento.  
Merito principale di questo movimento e del suo appello/progetto è stato quello di ‘rompere’ gli schemi anche e soprattutto a sinistra. Tutto ciò dimostra ancora una volta che non ci si può ulteriormente fossilizzare su dibattiti privi di progettualità alternative al dominio del mercato e inchiodati sul concetto del ‘meno peggio’.
Occorre saper indicare delle vie di uscita alla crisi in rotta di collisione con l’esistente.
Dobbiamo fermarli è l’unica novità politica,culturale e progettuale nello scenario della politica italiana, sul quale la base popolare e attivista della sinistra ‘antagonista’ ,che sembrava smarrita nel polverone della frantumazione , pare stia convergendo.
Mi auguro che il luogo politico ‘Dobbiamo Fermarli’ nelle sue varie articolazioni territoriali non diventi luogo e campo di battaglia di lotte all’egemonia tra le associazioni che sino ad ora hanno sostenuto e sottoscritto l’appello.
Sottopongo alcuni elementi che sarà opportuno approfondire all’interno di Unitiallabase
A livello territoriale si pone il problema di verificare se ‘unitiallabase’ deciderà di essere uno tra i soggetti che,appoggiando direttamente i 5 punti dell’appello dobbiamo fermarli,si proporrà come collettivo che si impegnerà nel lavoro di divulgazione,di stuio, di approfondimento e di condivisione di questo progetto, per presentarsi formalmente come soggetto promotore sia a livello regionale che nazionale , o se invece deciderà di demandare la partecipazione a questo progetto come attività di singole persone.
La mia sensazione è che Unitiallabase stia già incarnando lo spirito ed alcuni contenuti che il progetto Dobbiamo Fermarli sta esprimendo a livello nazionale. Tutto ciò a testimonianza che esiste una necessità diffusa nella cosiddetta ‘base’ popolare e attivista di rappresentare comunanza di intenti,sensazioni, sensibilità, in una parola di rappresentare ed alimentare una vera opposizione sociale che nasce quasi spontaneamente dal paese reale e che vuole in modo determinato e forte una vera svolta al modello attuale.
Dobbiamo Fermarli rappresenta, a mio avviso, ciò che è e vuol essere Unitiallabase a livello territoriale.
Furio Mocco  partecipante all’assemblea del 1 ottobre
Carcare 3 Ottobre 2011

Sabato 1 ottobre 2011 Teatro Ambra Jovinelli : i Video della giornata,il documento finale




































































giovedì 29 settembre 2011

Il diritto al default come contropotere finanziario


 
Il diritto al default come contropotere finanziario
Andrea Fumagalli Collettivo UniNomade, Università di Pavia  -  
Manifesto 1 settembre 2011

In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento, siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono in mano alla Bce, non ad un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel – Sarkozy (un neo Berlusconi in salsa oltralpe!).
Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Un’ Unione europea che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.
Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: a. neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato e b. la possibilità che politiche fiscali recessive del tipo lacrime-sangue possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.

La favola dei mercati finanziari concorrenziali, imparziali e neutri.
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (fonte: http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/dq111.pdf).
Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”) . Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano (mai nome è più mistificatorio nell’epoca della crisi della sovranità nazionale!). Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.

La farsa del pareggio di bilancio
Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.
In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. E’ cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. E’ il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione.
Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.

Contro il potere finanziario: diritto al default
La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra (dai contadini del Sud del mondo, agli operai e ai precari dell’Est e dell’Ovest del mondo, dagli studenti ai migranti) è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento (cfr http://www.ephemeraweb.org/journal/10-3/10-3index.htm) ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.
A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. E’ necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds. Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà , ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.
Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti:
1.      Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Banca Centrale Europea
2.      Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune;
3.      L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.
Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché il diritto alla bancarotta significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.

Intervista a Luciano Gallino


Da il manifesto - 22 settembre 2011


Quali sono stati i punti deboli della formazione dell'Ue?
La Ue è nata con due gravi difetti strutturali, insiti nello statuto e relative funzioni della Commissione Europea e della Bce. La Ce opera di fatto come il direttorio della Ue, ma non è stata eletta da nessuno, le sue posizioni differiscono sovente da quelle del Parlamento europeo, organismo eletto, e appare in troppi casi funzionare come la cinghia di trasmissione dei dettami iperliberisti dell’Ocse e del Fmi.

Da parte sua la Bce è una banca centrale di nome, che però opera solo parzialmente come tale. I paesi entrati nell’euro hanno rinunciato al potere più importante che uno stato possa detenere: quello di creare denaro. Oggi solo la Bce può farlo. Ma lo fa male e in modo indiretto, ad esempio concedendo per anni imponenti flussi di credito alle banche che poi creano denaro privatamente con i prestiti che concedono a famiglie e imprese. Il maggior limite della Bce deriva dal suo statuto, che le impone come massimo scopo quello di combattere l’inflazione, laddove una banca centrale dovrebbe avere tra i suoi scopi anche la promozione dello sviluppo e dell’occupazione. Va notato ancora che la sua indipendenza dai governi maschera in realtà la sua dipendenza dal sistema finanziario e la sua mancanza di responsabilità sociale in nome di un ottuso monetarismo.  Democratizzare la Ce e la Ue sarebbero compiti impellenti per i governi europei, se non fosse che per governi di destra, come di fatto son diventati quasi tutti, in fondo una governance non democratica e socialmente irresponsabile della Ue non è poi un gran male.

La centralità della moneta unica, come esclusivo campo d'unità europea, quali vuoti ha prodotto nello sviluppo economico degli stati membri?

Gli stati della zona euro hanno ceduto il potere di creare denaro, com’era necessario per creare una grande realtà politica ed economica quale è  la Ue, ritrovandosi poi senza  una  banca centrale che presti loro,  in caso di reale necessità,  il denaro occorrente. La Bce dovrebbe operare come un prestatore di ultima istanza - così sostengono vari economisti – non diversamente da quanto avviene con altre banche centrali quali la Fed o la Bank of England.  Tuttavia il suo statuto  per ora le impedisce di assumere in modo diretto un simile fondamentale ruolo e potere.  Ciò ha influito negativamente in tutta la Ue sulla possibilità di condurre politiche economiche e sociali adeguate alla situazione dell’economia europea e mondiale. Le economie più forti, quali la Germania e la Francia, ne sono uscite meglio – non da ultimo perché i banchieri tedeschi e francesi che siedono nel consiglio della Bce han fatto tutto il possibile per evitare troppi danni alle banche dei loro paesi.

Cos'è mancato di più, nel processo unitario, dal punto di vista sociale?

Se c’è un elemento che più di ogni altro potrebbe e dovrebbe fondare l’unità della Ue è il suo modello sociale, cioè l’insieme dei sistemi pubblici intesi a proteggere individui, famiglie, comunità dai rischi connessi a incidenti, malattia, disoccupazione, vecchiaia, povertà. Sebbene il modello sociale europeo presenti notevoli differenze da un paese all’altro, nessun altro grande paese o gruppo di paesi al mondo offre ai suoi cittadini  un livello paragonabile di protezione sociale – la più significativa invenzione  civile del XX secolo. Ne segue che i governi Ue che attaccano lo stato sociale sotto la sferza liberista della troika Ce, Bce e Fmi, nonché del sistema finanziario internazionale, minano le basi stesse dell’unità europea, oltre a fabbricare recessione per il prossimo decennio e piantare il seme di possibili svolte politiche di estrema destra.

Alla luce della crisi attuale, perché l'Ue appare impotente?

Anzitutto perché non ha ancora alcuna istituzione che svolga qualcosa di simile alle funzioni di un governo centrale democraticamente eletto e riconosciuto dalla maggioranza dei suoi cittadini. Di conseguenza ciascun paese pensa per sé. A ciò contribuisce pure lo strapotere del sistema finanziario internazionale, in assenza di qualsiasi riforma che sappia arginarlo. Inoltre, se si guarda ai singoli paesi, i  partiti al potere hanno un orizzonte decisionale di pochi mesi, ovvero pensano soprattutto alle prossime elezioni, mentre dovrebbero ragionare su un arco di più anni.  Peraltro l’impotenza deriva anche da una diagnosi sbagliata – quando non sia volutamente artefatta - delle cause della crisi di bilancio. Quest’ultima viene concepita come se derivasse da un eccesso di uscite generato dai costi dello stato sociale, laddove si tratta in complesso di un calo delle entrate che dura da oltre un decennio. Esso è stato causato da diversi  fattori: i salvataggi delle banche, che solo nel Regno Unito e in Germania sono costati un paio di trilioni di euro;  le politiche di riduzione dell’onere fiscale concesse ai ricchi, che hanno sottratto centinaia di miliardi ai bilanci pubblici (in Francia, ad esempio, tra i 100 e i 120 miliardi nel decennio 2000-2009);  infine il fatto che grazie alle delocalizzazioni le corporation pagano le imposte all’estero, dove tra l’altro sono minime, e non nel paese d’origine. Ancora in Francia, per dire, si è molto discusso del caso Total, il gigante petrolifero che nel 2010 ha conseguito 12 miliardi di utili, ma in patria – del tutto legalmente – non ha pagato un euro di imposte (salvo qualche milioncino che vale come indennizzo ai comuni dove opera ancora qualche suo impianto). Ora se un governo è ossessionato dall’idea che il deficit sia dovuto unicamente a un eccesso di spesa sociale punta a tagliare quest’ultima, cercando però al tempo stesso di evitare ricadute negative in termini elettorali, e per la medesima ragione  si rifiuta di accrescere le entrate alzando le imposte ai benestanti, o alle imprese delocalizzate. E’ ovvio che non fa differenza se quel governo sa benissimo che la diagnosi è errata, ma la abbraccia per soddisfare le forze economiche cui ritiene di dover rispondere.  In ambedue i casi il risultato sono manovre che picchiano soltanto sui più deboli, mentre le radici reali della crisi non sono nemmeno intaccate.

I vincoli di bilancio quali conseguenze hanno sull'economia «reale»?

Le più visibili sono l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario. I licenziamenti in tanti paesi di centinaia di migliaia di dipendenti della PA, insegnanti compresi, i tagli alle spese dei ministeri ed ai servizi resi dai comuni, a partire dai trasporti pubblici, l’aumento delle imposte indirette come l’Iva, comportano nell’insieme una riduzione dei consumi e con essa una minor domanda di beni e servizi alle imprese.  Queste reagiscono licenziando o assumendo quando capita solo con contratti a termine, il che genera altra disoccupazione, in un minaccioso avvitarsi dei processi economici verso il basso.

Ha senso, come alcuni fanno, auspicare il default o il ritorno alle monete nazionali?


Sarebbe una pura follia. In primo luogo il ritorno a diciassette monete diverse  solleverebbe difficoltà tecniche assai complicate da superare, poiché l’integrazione economica, finanziaria e legislativa tra i rispettivi paesi ha fatto nel decennio e passa dell’euro molti passi avanti. Inoltre parecchi paesi avrebbero a che fare con tassi di scambio catastrofici. Tra di essi vi sarebbe sicuramente l’Italia. Il giorno dopo un eventuale ritorno alla lira ci ritroveremmo con il  franco a 500 lire (era a 300 quando venne introdotto l’euro),  il marco a 2000 (era a 1000) e la sterlina a oltre 3000. A qualche imprenditore simili tassi possono far gola, poiché favoriscono le vendite all’estero; ma essendo quella italiana un’economia di trasformazione, che all’estero deve comprare tutto, dal gas ai rottami di ferro, il costo degli acquisti dall’estero  le infliggerebbe un colpo insostenibile.

Gli stati, i governi hanno ancora qualche margine di manovra e qualche peso sulle decisioni di fondo o tutto è nelle mani di Fmi, Bce o Commissione di Bruxelles?

La troika in questione ha di fatto espropriato i paesi Ue della loro sovranità – con l’eccezione della Germania per la sua capacità produttiva e del Regno Unito perché ha conservato una moneta sovrana. Senza le riforme strutturali della Ue, implicite in ciò che dicevo all’inizio, essa continuerà a dettar legge.

Che giudizio dà sulla manovra italiana? E sull'atteggiamento un po' rassegnato – sul merito - delle opposizioni parlamentari?

La manovra italiana è una fotocopia sbiadita delle solite ricette che la troika di cui sopra trasmette regolarmente ai paesi in difficoltà. Di certo essa accrescerà la disoccupazione, impoverirà ulteriormente il paese, ponendo così le basi per dieci anni di recessione – teniamo conto che il nostro Pil è ancora parecchi punti al disotto del livello raggiunto nel 2007 – e per giunta non servirà in alcun modo a ridurre il debito pubblico. Su questo fronte l’opposizione difficilmente poteva opporsi all’ultimo momento, poiché quando la nave sta affondando uno cerca di salvare il salvabile, piuttosto che continuare a insistere sui difetti di progettazione della nave. Peraltro le opposizioni hanno avuto anni per chiamare i cittadini a discutere su tali difetti, quelli della povera scialuppa del  governo ma anche quelli della nave Ue, e provare a disegnare insieme con loro un progetto diverso.  Non mi pare che finora le loro proposte abbiano lasciato traccia di sé, nella memoria dei cittadini o nei documenti.


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