Luigi Pandolfi - 09 Maggio 2013 da www.economiaepolitica
Si dice
spesso, di questi tempi, che è molto alta la probabilità che chi è giovane e
precario oggi sarà un vecchio povero domani.[1] Questa
affermazione necessita ad ogni buon conto di un riscontro. In linea generale si
arriva a questa conclusione attraverso un ragionamento molto semplice, a dir
poco banale: per avere una pensione bisogna lavorare un certo numero di anni e
versare una certa quantità di contributi previdenziali. C’è quindi un legame
strettissimo tra la qualità della vita lavorativa e ciò che si andrà a prendere
di pensione, se una pensione si prenderà.
L’attuale
condizione lavorativa dei giovani, segnata dal ritardo con cui si entra nel
mondo del lavoro e dalla sua discontinuità, dà la garanzia di una pensione
sicura e dignitosa? Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto
comprendere quali sono le regole in materia di previdenza oggi vigenti in
Italia[2].
Com’è noto,
l’ultimo intervento sul nostro regime pensionistico è stato fatto dal governo
dei tecnici, presieduto dal professor Monti. In estrema sintesi la riforma ha
previsto un’accelerazione del passaggio dal sistema di calcolo retributivo a
quello contributivo. Se prima l’importo della pensione veniva
calcolato in percentuale alle ultime buste paga percepite dal lavoratore, d’ora
in avanti esso sarà calcolato soltanto sulla base dei contributi effettivamente
versati. Scomparirà inoltre la pensione di anzianità, quella che si maturava
combinando un certo numero di anni contributivi con l’età anagrafica. Adesso,
per andare in pensione, a valere saranno solo gli anni di contribuzione: 41
anni e un mese di contributi per le donne e 42 anni e un mese per gli uomini.
Per la
pensione di vecchiaia saranno richiesti 66 anni per i maschi e 62 anni per le
donne, a condizione che si siano maturati almeno vent’anni di contributi.
Altrimenti l’asticella salirà a settant’anni. Fermiamoci qui. Un sistema così
congegnato non c’è dubbio che andrà a penalizzare fortemente,
irrimediabilmente, le nuove generazioni. Non è necessario essere dei tecnici
per capire che chi ha vissuto tutta la propria vita lavorativa passando da
stati di non-occupazione ad impieghi temporanei con contratti flessibili non
potrà mai e poi mai contare su una continuità contributiva, ma soprattutto su
un certo numero di contributi, che gli consentano di raggiungere i livelli
minimi richiesti per avere una pensione. È una questione di numeri, non di
politica, né culturale o ideologica.
Un giovane
nato intorno alla metà degli anni ottanta, tanto per fare un esempio, che ha
fatto regolarmente gli studi fino all’università, senza perdere un solo anno,
trovando un impiego il giorno dopo aver conseguito la laurea e lavorando
ininterrottamente per 42 anni con uno stipendio di media entità, dopo i
sessant’anni con questa riforma potrebbe ricevere una pensione più o meno
dignitosa. Ma quanti sono in Italia i giovani con diploma o con laurea che
immediatamente dopo il conseguimento del titolo di studio iniziano a lavorare
con contratti a tempo indeterminato, per mansioni corrispondenti alla propria
specializzazione? E’ noto a tutti: non più del 10%.
Cosa si deve
dedurre, quindi, da questo stato di cose? Che l’esecutivo Monti, proseguendo su
un sentiero già battuto dai precedenti governi, ha fatto una riforma del
sistema pensionistico per il 10% dei giovani italiani, punendo il restante 90%.
Ma non è finita qui. Questa riforma ha aggiunto al danno la beffa. I precari
sono sì precari, ma i contributi, sebbene a spezzatino, li versano anche loro.
Sia che abbiano contratti di lavoro a tempo determinato, sia che abbiano
contratti di collaborazione a progetto con partita Iva.
Negli ultimi
anni sono aumentate abbondantemente le partite Iva nel nostro paese, ma non
solo e non tanto perché sono nate nuove aziende o sono cresciuti vistosamente
gli studi professionali: dietro la maggior parte di queste partite Iva ci sono
lavoratori subordinati mascherati. Sono state tante le aziende italiane in
questi anni, ma la pubblica amministrazione non è stata da meno, che hanno
preso il proprio personale con contratti di collaborazione a progetto o
trasformato un precedente rapporto di lavoro subordinato in una prestazione
d’opera dietro fatturazione, per non avere vincoli contrattuali con i
lavoratori, per non pagare contributi, per abbassare notevolmente il costo del
personale. Solo nel 2012 sono state circa 549.000 le nuove aperture di partita
Iva (+2,2% rispetto al 2011) e più della metà di queste sono riferite a giovani
di età inferiore ai 35 anni[3].
In tutti
questi contratti di collaborazione c’è scritto sempre, a chiare lettere, una
frase di questo tipo: “Le suddette attività hanno carattere professionale
autonomo e non potranno mai essere configurate come rapporti di lavoro
subordinato o di collaborazione”. Si può immaginare il sollievo per un
datore di lavoro, ma anche la frustrazione di un giovane, spesso laureato, che
deve vestire l’abito del libero professionista svolgendo di fatto un lavoro da
subordinato.
A differenza
di un lavoratore dipendente tradizionale, un collaboratore a progetto è tenuto
a versare esso stesso i propri contributi, in rapporto al fatturato. E dove
vanno questi contributi? C’è un fondo dell’Inps, il Fondo Gestione Separata,
in cui confluiscono i contributi di tutti i titolari di partite Iva non
iscritti a particolari albi professionali. Si tratta di un salvadanaio che
raccoglie di tutto, un pozzo profondo in cui finiscono ogni anno circa 8
miliardi di Euro.
Dovrebbe essere
il salvadanaio in cui i precari, tanti lavoratori atipici e parasubordinati,
ripongono i loro soldini per garantirsi una pensione domani. Ma, purtroppo per
loro, non è così. Perché quei soldi serviranno certamente a tenere in ordine i
conti della previdenza italiana ed a pagare l’assegno ai pensionati di oggi, ma
non serviranno a pagare la pensione a chi ce li ha messi, sacrificando
mediamente il 20% del proprio reddito.
Destino amaro
e beffardo quello della generazione dei precari, vittime e cariatidi di un
sistema che non sa valorizzare i suoi figli migliori.
Dagli 8 miliardi di euro l’anno attuali, secondo le stime dell’Istituto di previdenza (INPS), il fondo si attesterà intorno ai 17-18 miliardi negli anni ’30, andando a compensare parzialmente il deficit delle altre gestioni.
E che il
sistema non sappia, non voglia, prendersi cura dei suoi figli è testimoniato
anche da un altro aspetto implicito nel regime pensionistico: la discrasia tra
volontà di rilancio dell’occupazione e innalzamento a limiti intollerabili
dell’età pensionabile. Anche qui la conclusione si presenta in tutta la sua
banalità: più alta sarà l’età prevista per andare in pensione, più lento e
macchinoso sarà il processo di ricambio nelle postazioni lavorative.
L’attuale
situazione italiana richiede un cambiamento radicale dei punti di vista
sull’economia e sulla società. Soprattutto è necessario che venga rovesciata la
logica che ha ispirato nell’ultimo ventennio i governi in tema di lavoro, di
previdenza, di opportunità da offrire ai giovani. Questa società è la metafora
dell’antropofagia ugoliniana, mangia i propri figli negandosi così una
prospettiva di futuro.
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