di Giorgio Cremaschi
Il patto sulla produttività
rappresenta un concentrato delle ideologie reazionarie e della programmata iniquità che è alla base della
agenda Monti.
La tesi di fondo che l'ispira è
un brutale imbroglio di classe.
La produttività italiana ha
toccato il massimo negli anni 70, quando il potere dei lavoratori nelle imprese
e nel mercato del lavoro era al massimo. Da allora è sempre declinata, fino a
crollare quando il sistema economico è stato strangolato dai vincoli dell'euro
e del liberismo europeo.
In tutti questi anni il salario
ha solo perso posizioni, sia rispetto ai
profitti sia nel confronto con gli altri
paesi Ocse. Un operaio italiano in un anno lavora due mesi in più del suo
equivalente tedesco, eppure la produttività della Germania è ai vertici.
Allora perché in Italia si fa un
accordo che chiede a chi lavora ancora
più orario in cambio di ancor
meno salario? Per la stessa ragione per la quale Monti vanta oggi il più feroce
sistema pensionistico europeo, la massima flessibilità del lavoro i più brutali
tagli alla scuola pubblica e allo stato sociale, e allo stesso tempo
proclama che questo è solo l'inizio e pretende che i suoi successori di
centrosinistra continuino sulla stessa
strada.
Perché c'é un metodo in questa follia. Se l'Italia deve sottostare
ai drastici vincoli dei patti di stabilità europea, delle banche e della
finanza, della moneta unica, dei governi
conservatori, se il sistema delle imprese vuole incrementare i margini di
profitto nonostante la crisi, allora è chiaro che l'unica leva che rimane ,
l'unica reale flessibilità è quella che viene dal supersfruttamento del lavoro.
Il patto sulla produttività
estende ovunque il sistema Marchionne: i pochi che ancora lavorano devono
accettare di farlo ai prezzi del mercato
globale, altro che contratti e diritti.
Tutto questo non ha nulla a che
fare con la difesa dell'occupazione ma solo con quella dei profitti. Anzi la
disoccupazione di massa è indispensabile per costringere i lavoratori a
piegarsi al supersfruttamento . La
disoccupazione deve restare e crescere, altrimenti il modello non funziona.
A tale fine il governo mette a
disposizione la riduzione delle tasse
solo per il salario flessibile. Mentre alla maggioranza dei lavoratori viene
calata la paga, una minoranza può mantenere il potere d'acquisto se lavora di
più in una azienda che va bene, e solo
questa minoranza avrà meno tasse suula busta paga. Questo mentre
non si trovano più i fondi per la cassa
integrazione o per l'indennità di disoccupazione.
Questo non è solo un accordo
sindacale è un progetto di selezione sociale. Ed è la vera risposta alla crisi
di Monti e degli interessi di classe che
rappresenta. Interessi che impongono una svalutazione sociale del lavoro sempre più brutale, visto che quella che dura da trent'anni non è stata sufficiente.
Questo modello sociale
reazionario si appoggia su un sistema corporativo di caste e interessi
burocratici organizzati. Tutto il sistema delle imprese, comprese naturalmente
le cooperative e le piccole aziende
strettamente legate a partito democratico, ha sottoscritto con entusiasmo il testo. Tra i sindacati, i firmatari sono
tutti coloro che hanno già sottoscritto
le stesse condizioni alla Fiat,
ricevendone in cambio la facoltà di sopravvivere protetti dal padrone.
La Cgil finora non ha aderito
all'accordo, ma annaspando in un mare di contraddizioni e incertezze.
Il patto sulla produttività è in
pochi anni il terzo accordo interconfederale che devasta il contratto nazionale
e tutto il potere di contrattazione del lavoro. Il primo nel gennaio 2009 non è
stato sottoscritto dalla Cgil. Il secondo,
in pura continuità con il precedente, il 28 giugno del 2011 è invece
stato firmato dalla stessa Cgil, che
anzi con la Fiom
oggi ne rivendica la piena applicazione.
Ora il patto sulla produttività scioglie ai danni dei lavoratori alcune formule
ambigue dell'accordo precedente, demolendo definitivamente il contratto
nazionale.
Ma firmare una volta sì e una no
non costruisce un'alternativa al cedimento, a maggior ragione poi quando i
principali contratti sottoscritti in questa stagione già dispensano un'orgia di
flessibilità e solo nei meccanici la contrattazione è separata.
Il no della Cgil è dunque di
fronte al solito bivio ove da tempo si dividono tutte le posizioni
critiche verso il liberismo. Si fa sul serio, oppure si testimonia il dissenso
e poi ci si adatta alle nuove schiavitù
ricercando il male minore?
Il bivio dei contratti è lo
stesso della politica.
Il centrosinistra ha già deciso
di far finta di superare Monti, mentre sottoscrive tutte gli impegni assunti
dall'attuale governo. La Cgil
seguirà la stessa strada, cedendo con adeguata fermezza alla cancellazione di
ogni solidarietà contrattuale tra i lavoratori?
Se non si vuole seguire un
copione già recitato tante volte, non basta non firmare l'accordo. Se non si è
d'accordo con il patto sulla produttività, bisogna combatterlo, disobbedire
alle sue regole, scontrarsi con chi invece le accetta.
O si sta, anche solo
passivamente, con Monti, la sua politica
, i suoi accordi, o si sta contro di
essi e contro chi li sostiene, in mezzo ci sono solo impotenza e ipocrisia.

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