Per chi fosse interessato ,di segiuto riportiamo cornologicamente alcuni fatti accaduti in FIOM nel corso di queste settimane ed alcune prese di posizione su tali accadimenti riguardanti i dissensi interni alla linea Landini.
La rassegna si conclude con il comunicato di Sabato 6 Ottobre di Giorgio Cremaschi
Il segretario generale della fiom Landini ha proposto al
Comitato Centrale
della Fiom una nuova segreteria di 5 persone omogenee al suo punto di vista,
estromettendo Sergio Bellavita.
Landini e Airaudo hanno affermato l'incompatibilità dei dissensi di Bellavita con la presenza in segreteria. E' un fatto gravissimo e doloroso che mette in discussione il diritto al dissenso e la maggioranza che ha guidato la Fiom in questi ultimi 10 anni. E' un principio inaccettabile per la Fiom e per la Cgil che il dissenso dal segretario generale comporti l'estromissione dalla segreteria ed è il segno di una involuzione da contrastare a tutti i livelli.
Come prima risposta la Rete28aprile si è costituita in area di opposizione anche in Fiom, mentre i suoi componenti nel Comitato Centrale non partecipano al voto, dichiarando illegittima sul piano statutario questa scelta.
Landini e Airaudo hanno affermato l'incompatibilità dei dissensi di Bellavita con la presenza in segreteria. E' un fatto gravissimo e doloroso che mette in discussione il diritto al dissenso e la maggioranza che ha guidato la Fiom in questi ultimi 10 anni. E' un principio inaccettabile per la Fiom e per la Cgil che il dissenso dal segretario generale comporti l'estromissione dalla segreteria ed è il segno di una involuzione da contrastare a tutti i livelli.
Come prima risposta la Rete28aprile si è costituita in area di opposizione anche in Fiom, mentre i suoi componenti nel Comitato Centrale non partecipano al voto, dichiarando illegittima sul piano statutario questa scelta.
12.9.2012
Bellavita: “Democrazia e conflitto vanno insieme. No alla svolta di Landini Airaudo”
Colpisce la durezza con cui Landini e Airaudo stanno lavorando alla cacciata della sinistra Fiom dalla segreteria nazionale.
Colpisce perché mai era stato messo in discussione in Fiom il diritto al dissenso, la possibilità cioè che su alcune questioni si potessero registrare opinioni differenti anche all'interno della segreteria. E' sufficiente leggere dal sito Fiom i materiali dei comitati centrali degli ultimi dieci anni per averne testimonianza indiscutibile. Mai nessun segretario generale era arrivato al punto di convocare il comitato centrale a porte chiuse, peraltro con un ordine del giorno inquietante: “rapporto politico sull'organizzazione”, per
porre in discussione l'opportunità della mia presenza in segreteria.
Mai si era arrivati al tentativo, peraltro infruttuoso, di azzerare la segreteria con le dimissioni di due segretari su 4 pur di cacciare il dissenso.
Perché?
La questione è squisitamente politica, nonostante i goffi tentativi di qualcuno di metterla sul piano personale.
C'è la svolta della Fiom, radicale, netta.
Con la proposta Landini Airaudo di un patto alle imprese non solo c'è la cancellazione sostanziale della piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale, senza nessun passaggio democratico tra i lavoratori che l'hanno approvata, ma si chiude un'intera stagione di contrasto alle scelte di padronato e governo. E' del tutto evidente che qualora le imprese dovessero avanzare la disponibilità ad affrontare il terreno proposto da Landini-Airaudo la discussione precipiterebbe sul riconoscimento integrale del Ccnl separato
del 2009, dell'accordo del 28 giugno sulle deroghe. E non vi sarebbe possibilità alcuna di mobilitare i lavoratori, perché la strada del patto non prevede il ricorso al conflitto ovviamente. Un'operazione che disarma quindi la categoria, ne mina le capacità conflittuali, illude delegati e quadri di una possibile composizione mediata che in realtà può avvenire solo con una nostra resa.
Bellavita: “Democrazia e conflitto vanno insieme. No alla svolta di Landini Airaudo”
Colpisce la durezza con cui Landini e Airaudo stanno lavorando alla cacciata della sinistra Fiom dalla segreteria nazionale.
Colpisce perché mai era stato messo in discussione in Fiom il diritto al dissenso, la possibilità cioè che su alcune questioni si potessero registrare opinioni differenti anche all'interno della segreteria. E' sufficiente leggere dal sito Fiom i materiali dei comitati centrali degli ultimi dieci anni per averne testimonianza indiscutibile. Mai nessun segretario generale era arrivato al punto di convocare il comitato centrale a porte chiuse, peraltro con un ordine del giorno inquietante: “rapporto politico sull'organizzazione”, per
porre in discussione l'opportunità della mia presenza in segreteria.
Mai si era arrivati al tentativo, peraltro infruttuoso, di azzerare la segreteria con le dimissioni di due segretari su 4 pur di cacciare il dissenso.
Perché?
La questione è squisitamente politica, nonostante i goffi tentativi di qualcuno di metterla sul piano personale.
C'è la svolta della Fiom, radicale, netta.
Con la proposta Landini Airaudo di un patto alle imprese non solo c'è la cancellazione sostanziale della piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale, senza nessun passaggio democratico tra i lavoratori che l'hanno approvata, ma si chiude un'intera stagione di contrasto alle scelte di padronato e governo. E' del tutto evidente che qualora le imprese dovessero avanzare la disponibilità ad affrontare il terreno proposto da Landini-Airaudo la discussione precipiterebbe sul riconoscimento integrale del Ccnl separato
del 2009, dell'accordo del 28 giugno sulle deroghe. E non vi sarebbe possibilità alcuna di mobilitare i lavoratori, perché la strada del patto non prevede il ricorso al conflitto ovviamente. Un'operazione che disarma quindi la categoria, ne mina le capacità conflittuali, illude delegati e quadri di una possibile composizione mediata che in realtà può avvenire solo con una nostra resa.
La proposta di un patto alle imprese da parte della Fiom cancella inoltre
ogni contrasto all'avvio di un tavolo di confronto confederale sulla cosiddetta
produttività che ha come unico obbiettivo affermare una volta di più il modello
Marchionne sugli orari di lavoro. Era accaduto così anche sul mercato del lavoro, quando molta sinistra politica e sociale vaneggiava improbabili conquiste su reddito di cittadinanza, lotta alla precarietà ecc.
Sogni e speranze illusorie che si sono infrante sull'unico vero obbiettivo che la Fornero aveva chiarito sin da subito: cancellare l'art.18. Nessuno (tranne qualche compagno del Comitato Centrale) ebbe il coraggio di chiedere che quel tavolo non si aprisse senza un mandato dei lavoratori. L'ovvia conclusione è
stata che abbiamo perso l'art.18. Una Fiom che tenta l'operazione del patto è ovviamente una Fiom che deve dismettere qualsivoglia opposizione sociale, politica nei confronti del governo, del padronato e che deve dismettere anche l'opposizione in Cgil. Non si può chiedere il patto alle imprese e confliggere
con esse. Semplicemente perché i padroni ti direbbero: o uno o l'altro!
Per queste ragioni il dissenso è considerato incompatibile nella discussione, ad ogni livello. Sbaglia chi pensa che il problema sia solo nella segreteria nazionale per la responsabilità che porta. Il segnale che viene da Landini Airaudo, con buona pace di tante battaglie per la democrazia interna alla Cgil e nel paese, è la dichiarazione di incompatibilità del dissenso nell'organizzazione. E così i gruppi dirigenti la interpreteranno a ogni livello della Fiom. Il resto delle accuse che mi viene rivolto è talmente assurda che rispondere sarebbe riconoscerne la legittimità. Accuse che mi rappresentano dietro a ogni contestazione, incidente e ogni altra bestialità contro Landini.
In questa torsione autoritaria si cancella ogni percorso di costruzione
collegiale e plurale delle scelte, si costruiscono sempre più gruppi dirigenti
sulla lealtà acritica. Non è un caso che una linea conflittuale marci sempre
insieme ad una pratica democratica. Quando viene a mancare il conflitto, viene
meno anche la democrazia interna prima e nel rapporto con i lavoratori dopo.
Come giudicare il fatto che la proposta del Patto alle imprese è arrivata ai
mass-media in conferenza stampa prima di essere approvata dal Comitato
Centrale?
O che venga discusso e approvato, fatto mai accaduto , un ordine del giorno
sull'unità della Fiom per poi due minuti dopo tentare l'azzeramento della
segreteria?
Dispiace che ci sia una divisione così profonda? Dire si è un'ovvietà. Più che
un dispiacere è un dolore profondo per le conseguenze sui lavoratori e le
lavoratrici, sul sindacalismo conflittuale in Italia. Ed è proprio per questa
ragione che rivendico la continuità delle scelte congressuali, del diritto al
dissenso, della democrazia, del valore del conflitto sociale. A coloro, pochi
in realtà, che rimproverano il mio presunto carrierismo dico sommessamente che
alla silenziosa difesa del posto ho scelto la rumorosa difesa delle ragioni che
penso essere dei lavoratori, in coerenza con gli ultimi dieci anni della Fiom.
Sogni e speranze illusorie che si sono infrante sull'unico vero obbiettivo che la Fornero aveva chiarito sin da subito: cancellare l'art.18. Nessuno (tranne qualche compagno del Comitato Centrale) ebbe il coraggio di chiedere che quel tavolo non si aprisse senza un mandato dei lavoratori. L'ovvia conclusione è
stata che abbiamo perso l'art.18. Una Fiom che tenta l'operazione del patto è ovviamente una Fiom che deve dismettere qualsivoglia opposizione sociale, politica nei confronti del governo, del padronato e che deve dismettere anche l'opposizione in Cgil. Non si può chiedere il patto alle imprese e confliggere
con esse. Semplicemente perché i padroni ti direbbero: o uno o l'altro!
Per queste ragioni il dissenso è considerato incompatibile nella discussione, ad ogni livello. Sbaglia chi pensa che il problema sia solo nella segreteria nazionale per la responsabilità che porta. Il segnale che viene da Landini Airaudo, con buona pace di tante battaglie per la democrazia interna alla Cgil e nel paese, è la dichiarazione di incompatibilità del dissenso nell'organizzazione. E così i gruppi dirigenti la interpreteranno a ogni livello della Fiom. Il resto delle accuse che mi viene rivolto è talmente assurda che rispondere sarebbe riconoscerne la legittimità. Accuse che mi rappresentano dietro a ogni contestazione, incidente e ogni altra bestialità contro Landini.
In questa torsione autoritaria si cancella ogni percorso di costruzione
collegiale e plurale delle scelte, si costruiscono sempre più gruppi dirigenti
sulla lealtà acritica. Non è un caso che una linea conflittuale marci sempre
insieme ad una pratica democratica. Quando viene a mancare il conflitto, viene
meno anche la democrazia interna prima e nel rapporto con i lavoratori dopo.
Come giudicare il fatto che la proposta del Patto alle imprese è arrivata ai
mass-media in conferenza stampa prima di essere approvata dal Comitato
Centrale?
O che venga discusso e approvato, fatto mai accaduto , un ordine del giorno
sull'unità della Fiom per poi due minuti dopo tentare l'azzeramento della
segreteria?
Dispiace che ci sia una divisione così profonda? Dire si è un'ovvietà. Più che
un dispiacere è un dolore profondo per le conseguenze sui lavoratori e le
lavoratrici, sul sindacalismo conflittuale in Italia. Ed è proprio per questa
ragione che rivendico la continuità delle scelte congressuali, del diritto al
dissenso, della democrazia, del valore del conflitto sociale. A coloro, pochi
in realtà, che rimproverano il mio presunto carrierismo dico sommessamente che
alla silenziosa difesa del posto ho scelto la rumorosa difesa delle ragioni che
penso essere dei lavoratori, in coerenza con gli ultimi dieci anni della Fiom.
04.10.12 - Sergio Bellavita - Le vere ragioni per cui sono
stato dimesso
Sergio Bellavita - Le vere ragioni per cui sono stato
dimesso
Molti compagni sono davvero increduli rispetto a quanto accaduto intorno alla
mia "dimissione" dalla segreteria. Non si capacitano che Landini, unanimemente
riconosciuto come difensore dei diritti dei lavoratori e della democrazia
stessa, possa rimuovere dalla segreteria un compagno per dissenso. Eppure e'
cosi'. Non c'e' nessun altra ragione che ha spinto, per la prima volta nella
storia dei metalmeccanici, un segretario Fiom a rimuovere un componente di
segreteria. Con questo atto autoritario Landini e Airaudo rompono la
maggioranza congressuale degli ultimi 3 congressi estromettendo la rete 28
aprile.
Il dissenso. Di cosa sono accusato? Tralascio le vergognose, false e
pretestuose ricostruzioni che vogliono il sottoscritto impegnato a organizzare
contestazioni a Landini. Cosi' come e' francamente assurdo dover rispondere
alle menzogne che descrivono il sottoscritto d'accordo nelle segreterie e
contrario nei comitati centrali... Delle due l'una: o mi sono opposto troppo o
troppo poco. La macchina del fango ha lavorato alacremente per screditare le
ragioni che ho sostenuto attraverso il discredito del singolo, la denuncia
dell'untore. C'e' una vecchia e poco nobile tradizione in questo senso.
Tralasciando tutto cio', l'accusa che mi viene mossa e' riferita alla
presunta scelta di rompere con la linea maggioritaria e di aver scelto, in
un'ottica Cgil, di ricostruire l'opposizione in tutte le categorie della
confederazione.
Tutto cio' e' facilmente smontabile. E' evidente a tutti che la Fiom ha
dismesso l'opposizione sociale. Ha dismesso l'alterita' e l'opposizione alla
paurosa deriva della Cgil con conseguenze nefaste, sconfitta su art.18 e
pensioni.
Dopo il 16 ottobre 2010 la Fiom poteva svolgere uno straordinario ruolo di
catalizzatore di un vasto movimento contro le politiche del governo e contro
marchionne. Cio' avrebbe portato probabilmente la fiom allo scontro frontale
con la cgil. landini e Airaudo hanno deciso di non farlo. Cosi la lotta Fiom si
e' mantenuta alta sul terreno mediatico,forte di un consenso e di una domanda
sociale straordinaria,ma e' via via scemata nelle pratiche concrete, nella
politica contrattuale. Da qui una gestione della vertenza per il contratto
tutta piegata al tentativo di cercare uno spiraglio per la riaffermazione della
titolarita' Fiom piu' che orientata a costruire conflitto in rapporto con i
lavoratori.
Cosi come nella vertenza Fiat, dopo la chiusura con sbagliati accordi
sindacali di due stabilimenti al sud, termini imerese e irisbus e la pesante
vicenda ex bertone, resta forte lo scontro sul terreno dei diritti sindacali e
delle agibilita' fiom e sempre piu' evanescente la battaglia contro il modello
autoritario e schiavistico di marchionne. In tutto questo considero
profondamente sbagliato e incoerente con le battaglie di questi anni, con il
valore che diamo al contratto nazionale, considerare l'accordo del 28 giugno
come argine agli accordi separati, come riferimento per la democrazia
sindacale. Proprio l'accordo che ha accolto le deroghe al contratto, che ha
cancellato ruolo e funzioni del contratto nazionale.
Io non ho cambiato idea. Continuo a rivendicare la Fiom del congresso di
Livorno e Montesilvano. Rivendico la Fiom che discute, che cerca, con la fatica
che la democrazia richiede, di lavorare sempre all'unita' della categoria e
della stessa con i lavoratori. La Fiom che parlando il linguaggio semplice e
radicale dei bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici li conquistava alla
lotta, dimostrando, in tanto lerciume della politica, che si puo' coniugare
dire e fare.
Prendo atto che questo non e' piu' l'orientamento maggioritario in Fiom. C'e'
una svolta, profonda dei gruppi dirigenti. Per queste ragioni il dissenso e'
particolarmente avversato.
Ho atteso mesi prima di denunciare pubblicamente quanto avviene in Fiom. L'ho
fatto per non ledere l'immagine della Fiom, per il bene dei lavoratori.
Oggi, con la rottura netta che landini e airaudo hanno deciso, credo tempo fa,
e' necessario organizzare tutti coloro che vogliono salvare la lunga stagione
della Fiom. Organizzare coloro, e sono tanti, che vogliono continuare a
lottare.
Per mesi ho denunciato negli organismi preposti la gestione scarsamente
democratica dell'organizzazione. Ho denunciato le scarse, scarsissime
segreterie e quindi l'impossibilita' di poter discutere collettivamente almeno
le grandi scelte, su fiat, contratto ecc. Cosi come ho contestato il perenne
ricorso al voto di fiducia al segretario nelle discussioni al comitato
centrale. Sono stato impossibilitato a esercitare il ruolo a cui il comitato
centrale mi aveva chiamato, dalla partecipazione ai direttivi provinciali, agli
attivi dei delegati. Persino gli ordini del giorno conclusivi li potevo leggere
solo pochi minuti prima del voto.
Queste sono in sintesi le gravissime colpe che hanno indotto landini e airaudo
a dimettermi. Oggi ripartiamo, con chi ci sta, a organizzare l'opposizione
alla svolta, al rientro nei ranghi della Fiom. Ripartiamo con i tanti e le
tante che non vogliono chinare il capo e vogliono lottare contro Monti,
Marchionne,Squinzi. E che hanno il diritto e il bisogno di un sindacato
democratico, combattivo e di classe. Prossimo appuntamento il 27 ottobre con il
"no monti day"
Molti compagni sono davvero increduli rispetto a quanto accaduto intorno alla
mia "dimissione" dalla segreteria. Non si capacitano che Landini, unanimemente
riconosciuto come difensore dei diritti dei lavoratori e della democrazia
stessa, possa rimuovere dalla segreteria un compagno per dissenso. Eppure e'
cosi'. Non c'e' nessun altra ragione che ha spinto, per la prima volta nella
storia dei metalmeccanici, un segretario Fiom a rimuovere un componente di
segreteria. Con questo atto autoritario Landini e Airaudo rompono la
maggioranza congressuale degli ultimi 3 congressi estromettendo la rete 28
aprile.
Il dissenso. Di cosa sono accusato? Tralascio le vergognose, false e
pretestuose ricostruzioni che vogliono il sottoscritto impegnato a organizzare
contestazioni a Landini. Cosi' come e' francamente assurdo dover rispondere
alle menzogne che descrivono il sottoscritto d'accordo nelle segreterie e
contrario nei comitati centrali... Delle due l'una: o mi sono opposto troppo o
troppo poco. La macchina del fango ha lavorato alacremente per screditare le
ragioni che ho sostenuto attraverso il discredito del singolo, la denuncia
dell'untore. C'e' una vecchia e poco nobile tradizione in questo senso.
Tralasciando tutto cio', l'accusa che mi viene mossa e' riferita alla
presunta scelta di rompere con la linea maggioritaria e di aver scelto, in
un'ottica Cgil, di ricostruire l'opposizione in tutte le categorie della
confederazione.
Tutto cio' e' facilmente smontabile. E' evidente a tutti che la Fiom ha
dismesso l'opposizione sociale. Ha dismesso l'alterita' e l'opposizione alla
paurosa deriva della Cgil con conseguenze nefaste, sconfitta su art.18 e
pensioni.
Dopo il 16 ottobre 2010 la Fiom poteva svolgere uno straordinario ruolo di
catalizzatore di un vasto movimento contro le politiche del governo e contro
marchionne. Cio' avrebbe portato probabilmente la fiom allo scontro frontale
con la cgil. landini e Airaudo hanno deciso di non farlo. Cosi la lotta Fiom si
e' mantenuta alta sul terreno mediatico,forte di un consenso e di una domanda
sociale straordinaria,ma e' via via scemata nelle pratiche concrete, nella
politica contrattuale. Da qui una gestione della vertenza per il contratto
tutta piegata al tentativo di cercare uno spiraglio per la riaffermazione della
titolarita' Fiom piu' che orientata a costruire conflitto in rapporto con i
lavoratori.
Cosi come nella vertenza Fiat, dopo la chiusura con sbagliati accordi
sindacali di due stabilimenti al sud, termini imerese e irisbus e la pesante
vicenda ex bertone, resta forte lo scontro sul terreno dei diritti sindacali e
delle agibilita' fiom e sempre piu' evanescente la battaglia contro il modello
autoritario e schiavistico di marchionne. In tutto questo considero
profondamente sbagliato e incoerente con le battaglie di questi anni, con il
valore che diamo al contratto nazionale, considerare l'accordo del 28 giugno
come argine agli accordi separati, come riferimento per la democrazia
sindacale. Proprio l'accordo che ha accolto le deroghe al contratto, che ha
cancellato ruolo e funzioni del contratto nazionale.
Io non ho cambiato idea. Continuo a rivendicare la Fiom del congresso di
Livorno e Montesilvano. Rivendico la Fiom che discute, che cerca, con la fatica
che la democrazia richiede, di lavorare sempre all'unita' della categoria e
della stessa con i lavoratori. La Fiom che parlando il linguaggio semplice e
radicale dei bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici li conquistava alla
lotta, dimostrando, in tanto lerciume della politica, che si puo' coniugare
dire e fare.
Prendo atto che questo non e' piu' l'orientamento maggioritario in Fiom. C'e'
una svolta, profonda dei gruppi dirigenti. Per queste ragioni il dissenso e'
particolarmente avversato.
Ho atteso mesi prima di denunciare pubblicamente quanto avviene in Fiom. L'ho
fatto per non ledere l'immagine della Fiom, per il bene dei lavoratori.
Oggi, con la rottura netta che landini e airaudo hanno deciso, credo tempo fa,
e' necessario organizzare tutti coloro che vogliono salvare la lunga stagione
della Fiom. Organizzare coloro, e sono tanti, che vogliono continuare a
lottare.
Per mesi ho denunciato negli organismi preposti la gestione scarsamente
democratica dell'organizzazione. Ho denunciato le scarse, scarsissime
segreterie e quindi l'impossibilita' di poter discutere collettivamente almeno
le grandi scelte, su fiat, contratto ecc. Cosi come ho contestato il perenne
ricorso al voto di fiducia al segretario nelle discussioni al comitato
centrale. Sono stato impossibilitato a esercitare il ruolo a cui il comitato
centrale mi aveva chiamato, dalla partecipazione ai direttivi provinciali, agli
attivi dei delegati. Persino gli ordini del giorno conclusivi li potevo leggere
solo pochi minuti prima del voto.
Queste sono in sintesi le gravissime colpe che hanno indotto landini e airaudo
a dimettermi. Oggi ripartiamo, con chi ci sta, a organizzare l'opposizione
alla svolta, al rientro nei ranghi della Fiom. Ripartiamo con i tanti e le
tante che non vogliono chinare il capo e vogliono lottare contro Monti,
Marchionne,Squinzi. E che hanno il diritto e il bisogno di un sindacato
democratico, combattivo e di classe. Prossimo appuntamento il 27 ottobre con il
"no monti day"
Sabato 06 Ottobre 2012 14:15 Giorgio Cremaschi
In Fiom non è successo niente su cui valga la pena di soffermarsi e di riflettere? Un segretario nazionale è stato dimissionato dalla segreteria perché il suo dissenso è stato giudicato incompatibile con il segretario generale e quindi con l'incarico. Poco più della metà del comitato centrale dell'organizzazione ha eletto una nuova segreteria, più ampia della precedente e preventivamente omogenea al segretario generale.
Il diritto al dissenso è stato così equamente bilanciato dal diritto a cacciare chi dissente. Ma pare non sia successo niente. Una crisi nel gruppo dirigente di una bocciofila avrebbe suscitato più rumore. Il solo giornale che ha commentato , in anticipo e positivamente, la vicenda è stato il Sole 24 Ore. Poi silenzio, salvo una notiziola sul Manifesto che alterava la realtà. La realtà? Un lusso che non ci si può permettere di affermare ed approfondire.
Ecco allora che la vicenda della destituzione di Sergio Bellavita viene trasformata in un episodio increscioso di cui è meglio tacere. La politica non c'entra, sono altre le questioni, slealtà, ambizioni personali, forse peggio. Il fatto non sussiste.
In questi anni la Fiom è stata il simbolo e il riferimento di chi non si arrende. In Fiat ha detto no al ricatto di Marchionne e ha pagato assieme ai lavoratori un prezzo altissimo. Non ha scelto di salvare l'organizzazione anche quando i lavoratori perdevano tutto. Ha perso con loro non firmando e per questo è ancora viva.(...)
In un paese disabituato al rigore, quello della giustizia e della moralità non quello di Monti a favore delle banche, il no della Fiom ha coperto un vuoto politico enorme ed è diventato una cartina di tornasole della buona politica. Questo però ha avuto un doppio prezzo. La Fiom è diventata una specie di acquasantiera per una sinistra confusa e subalterna al moderatismo e al liberismo del centrosinistra, dell'antiberlusconismo di facciata, dei governi tecnici. E questo ha evitato un chiarimento di fondo, come avviene invece nel resto d'Europa. Per dirla più brutalmente, molti gruppi dirigenti a sinistra del Pd si sono nascosti dietro alla Fiom per continuare ad essere e a fare quello di prima. Così oggi c'è chi sta con la Fiom e contemporaneamente con chi sostiene Monti.
In secondo luogo la Fiom e il suo gruppo dirigente hanno ricevuto un ritorno di immagine che ha finito per supplire alle difficoltà dell'agire concreto. Così come negli anni della concertazione il sindacato confederale sembrava contare moltissimo mentre la condizione concreta dei lavoratori precipitava in basso, così il mito della Fiom si dilatava ben oltre la sua forza reale.
Naturalmente non c'è un male assoluto in questo. Se un gruppo dirigente usa un prestigio e un consenso superiori alla forza per far crescere nella libertà del confronto l'organizzazione che dirige, l'immagine viene usata bene. Se invece ci si presenta alle riunioni carichi di gloria solo per pretendere fedeltà qualunque scelta si faccia., questo non va bene, ma Landini e Airaudo si sono incamminati su questa seconda strada.
Sul piano delle politiche sindacali concrete non c'è dubbio che l'attuale maggioranza della Fiom abbia compiuto due significativi cambiamenti di rotta. Mentre i metalmeccanici e tutti i lavoratori accumulavano dissenso e sfiducia verso un sindacalismo confederale che lasciava passare senza vero contrasto tutte le peggiori controriforme di Monti, con la segreteria della Cgil è stata progressivamente attenuata la differenza e la lotta politica.
E soprattutto si è scelto di fare dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 lo strumento, la piattaforma, per superare la stagione degli accordi separati. Questa davvero non è piccola cosa.
Quell'accordo rafforza e restringe la gabbia concertativa che da venti anni soffoca la contrattazione, Il contratto nazionale si può rinnovare solo se vengono concesse ulteriori flessibilità su tutte le condizioni di lavoro, fino alle vere e proprie deroghe. Tutti gli accordi nazionali firmati dopo quell'intesa hanno comportato brutali peggioramenti delle condizioni di lavoro in cambio di risibili aumenti salariali. Ai lavoratori sarebbe convenuto mantenere i vecchi contratti senza finti miglioramenti, ma le aziende non avrebbero firmato, perché sono esse che fanno le piattaforme e decidono se e quando accordarsi.
La Fiom ha deciso di rivendicare il 28 giugno per i pallidi e mai applicati accenni che in esso si fanno ad una misurazione della rappresentanza sindacale. Questo per non essere più discriminata in Fiat e in altri luoghi di lavoro. Ma a parte il fatto che si tratta di intenzioni rimaste sulla carta, è evidente che una sia pur pallida possibilità di renderle concrete è strettamente legata alle disponibilità sindacali sulla flessibilità del lavoro.
Alle difficoltà e alle contraddizioni dell'azione sindacale si è poi aggiunta una sempre più marcata iniziativa politica. Anche questa scelta non è destinata necessariamente a produrre risultati negativi. Se viene vissuta e discussa in tutta l'organizzazione, se è una maturazione del conflitto sociale senza esserne un vincolo, essa è una manifestazione di quel principio dell'indipendenza sindacale che la Fiom mise nel suo statuto, anche con polemiche, nel congresso del 2004.
Anche qui però si è progressivamente affermata una doppiezza negativa. Mentre nelle riunioni interne si negava che ci fossero scelte politiche in corso, all'esterno si lasciava crescere il mito del partito Fiom. Fino ad una recente intervista di Airaudo che parla, confusamente, di partito del lavoro, candidature e altro ancora. Non son più dirigente da qualche mese, posso però dire che finché lo sono stato non ho mai partecipato a discussioni interne su questo tema.
Il cambiamento di linea c''è stato dunque, ed è cosi riemerso un dilemma storico del movimento operaio. Devi dire la verità o devi difendere l'immagine dell'organizzazione? La verità o la rivoluzione? Gramsci diceva la verità è sempre rivoluzionaria, e la storia gli ha drammaticamente dato ragione.
Landini ed Airaudo avrebbero dovuto ammettere il cambiamento, spiegarne le ragioni e accettare le diverse valutazioni. Invece si è usato il prestigio per affermare che nulla era cambiato e che chi affermava il contrario era un nemico dell'organizzazione.
E' vero, chi lotta in situazioni difficili come quelle degli operai oggi, ha bisogno anche di fede. Ma questo suo bisogno non può, non deve essere usato per comandare. Se due dei licenziati di Melfi dicono che in Fiom le cose non vanno come dovrebbero, c'è il dovere di discutere e capire. E non è giusto rispondere al dissenso degli operai della Same di Bergamo con il trasferimento di Eliana Como.
In questi anni la Fiom è stata diversa dal palazzo anche per la sua vita interna. Mentre nella Cgil si affermavano le logiche di apparato, il voto di fiducia come conclusione delle riunioni, la crisi della partecipazione, nella Fiom vigeva la più ampia libertà di discussione. Questo non era solo un portato dell storia dei metalmeccanici, ma il frutto del lavoro dei gruppi dirigenti degli ultimi 18 anni, da Claudio Sabattini in poi. Ci si divideva aspramente se necessario, ed è successo, ma non scattava la ghigliottina per i dissenzienti dopo. Questo dava forza e intelligenza alla Fiom e a tutti i metalmeccanici. Landini ed Airaudo hanno rotto con questo principio ed hanno così provocato un danno all'organizzazione che dirigono.
La lotta per la democrazia nella fabbrica e nella società richiede la pratica della democrazia nelle organizzazioni che quella lotta conducono. E la democrazia è prima di tutto che chi dissente non viene punito.
Chi ama la Fiom e la sua storia trovi il modo di dirlo e non taccia, magari perché tentato di usare il bel nome dei metalmeccanici per rendere più appetibili le proprie scelte politiche e elettorali.--
In Fiom non è successo niente su cui valga la pena di soffermarsi e di riflettere? Un segretario nazionale è stato dimissionato dalla segreteria perché il suo dissenso è stato giudicato incompatibile con il segretario generale e quindi con l'incarico. Poco più della metà del comitato centrale dell'organizzazione ha eletto una nuova segreteria, più ampia della precedente e preventivamente omogenea al segretario generale.
Il diritto al dissenso è stato così equamente bilanciato dal diritto a cacciare chi dissente. Ma pare non sia successo niente. Una crisi nel gruppo dirigente di una bocciofila avrebbe suscitato più rumore. Il solo giornale che ha commentato , in anticipo e positivamente, la vicenda è stato il Sole 24 Ore. Poi silenzio, salvo una notiziola sul Manifesto che alterava la realtà. La realtà? Un lusso che non ci si può permettere di affermare ed approfondire.
Ecco allora che la vicenda della destituzione di Sergio Bellavita viene trasformata in un episodio increscioso di cui è meglio tacere. La politica non c'entra, sono altre le questioni, slealtà, ambizioni personali, forse peggio. Il fatto non sussiste.
In questi anni la Fiom è stata il simbolo e il riferimento di chi non si arrende. In Fiat ha detto no al ricatto di Marchionne e ha pagato assieme ai lavoratori un prezzo altissimo. Non ha scelto di salvare l'organizzazione anche quando i lavoratori perdevano tutto. Ha perso con loro non firmando e per questo è ancora viva.(...)
In un paese disabituato al rigore, quello della giustizia e della moralità non quello di Monti a favore delle banche, il no della Fiom ha coperto un vuoto politico enorme ed è diventato una cartina di tornasole della buona politica. Questo però ha avuto un doppio prezzo. La Fiom è diventata una specie di acquasantiera per una sinistra confusa e subalterna al moderatismo e al liberismo del centrosinistra, dell'antiberlusconismo di facciata, dei governi tecnici. E questo ha evitato un chiarimento di fondo, come avviene invece nel resto d'Europa. Per dirla più brutalmente, molti gruppi dirigenti a sinistra del Pd si sono nascosti dietro alla Fiom per continuare ad essere e a fare quello di prima. Così oggi c'è chi sta con la Fiom e contemporaneamente con chi sostiene Monti.
In secondo luogo la Fiom e il suo gruppo dirigente hanno ricevuto un ritorno di immagine che ha finito per supplire alle difficoltà dell'agire concreto. Così come negli anni della concertazione il sindacato confederale sembrava contare moltissimo mentre la condizione concreta dei lavoratori precipitava in basso, così il mito della Fiom si dilatava ben oltre la sua forza reale.
Naturalmente non c'è un male assoluto in questo. Se un gruppo dirigente usa un prestigio e un consenso superiori alla forza per far crescere nella libertà del confronto l'organizzazione che dirige, l'immagine viene usata bene. Se invece ci si presenta alle riunioni carichi di gloria solo per pretendere fedeltà qualunque scelta si faccia., questo non va bene, ma Landini e Airaudo si sono incamminati su questa seconda strada.
Sul piano delle politiche sindacali concrete non c'è dubbio che l'attuale maggioranza della Fiom abbia compiuto due significativi cambiamenti di rotta. Mentre i metalmeccanici e tutti i lavoratori accumulavano dissenso e sfiducia verso un sindacalismo confederale che lasciava passare senza vero contrasto tutte le peggiori controriforme di Monti, con la segreteria della Cgil è stata progressivamente attenuata la differenza e la lotta politica.
E soprattutto si è scelto di fare dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 lo strumento, la piattaforma, per superare la stagione degli accordi separati. Questa davvero non è piccola cosa.
Quell'accordo rafforza e restringe la gabbia concertativa che da venti anni soffoca la contrattazione, Il contratto nazionale si può rinnovare solo se vengono concesse ulteriori flessibilità su tutte le condizioni di lavoro, fino alle vere e proprie deroghe. Tutti gli accordi nazionali firmati dopo quell'intesa hanno comportato brutali peggioramenti delle condizioni di lavoro in cambio di risibili aumenti salariali. Ai lavoratori sarebbe convenuto mantenere i vecchi contratti senza finti miglioramenti, ma le aziende non avrebbero firmato, perché sono esse che fanno le piattaforme e decidono se e quando accordarsi.
La Fiom ha deciso di rivendicare il 28 giugno per i pallidi e mai applicati accenni che in esso si fanno ad una misurazione della rappresentanza sindacale. Questo per non essere più discriminata in Fiat e in altri luoghi di lavoro. Ma a parte il fatto che si tratta di intenzioni rimaste sulla carta, è evidente che una sia pur pallida possibilità di renderle concrete è strettamente legata alle disponibilità sindacali sulla flessibilità del lavoro.
Alle difficoltà e alle contraddizioni dell'azione sindacale si è poi aggiunta una sempre più marcata iniziativa politica. Anche questa scelta non è destinata necessariamente a produrre risultati negativi. Se viene vissuta e discussa in tutta l'organizzazione, se è una maturazione del conflitto sociale senza esserne un vincolo, essa è una manifestazione di quel principio dell'indipendenza sindacale che la Fiom mise nel suo statuto, anche con polemiche, nel congresso del 2004.
Anche qui però si è progressivamente affermata una doppiezza negativa. Mentre nelle riunioni interne si negava che ci fossero scelte politiche in corso, all'esterno si lasciava crescere il mito del partito Fiom. Fino ad una recente intervista di Airaudo che parla, confusamente, di partito del lavoro, candidature e altro ancora. Non son più dirigente da qualche mese, posso però dire che finché lo sono stato non ho mai partecipato a discussioni interne su questo tema.
Il cambiamento di linea c''è stato dunque, ed è cosi riemerso un dilemma storico del movimento operaio. Devi dire la verità o devi difendere l'immagine dell'organizzazione? La verità o la rivoluzione? Gramsci diceva la verità è sempre rivoluzionaria, e la storia gli ha drammaticamente dato ragione.
Landini ed Airaudo avrebbero dovuto ammettere il cambiamento, spiegarne le ragioni e accettare le diverse valutazioni. Invece si è usato il prestigio per affermare che nulla era cambiato e che chi affermava il contrario era un nemico dell'organizzazione.
E' vero, chi lotta in situazioni difficili come quelle degli operai oggi, ha bisogno anche di fede. Ma questo suo bisogno non può, non deve essere usato per comandare. Se due dei licenziati di Melfi dicono che in Fiom le cose non vanno come dovrebbero, c'è il dovere di discutere e capire. E non è giusto rispondere al dissenso degli operai della Same di Bergamo con il trasferimento di Eliana Como.
In questi anni la Fiom è stata diversa dal palazzo anche per la sua vita interna. Mentre nella Cgil si affermavano le logiche di apparato, il voto di fiducia come conclusione delle riunioni, la crisi della partecipazione, nella Fiom vigeva la più ampia libertà di discussione. Questo non era solo un portato dell storia dei metalmeccanici, ma il frutto del lavoro dei gruppi dirigenti degli ultimi 18 anni, da Claudio Sabattini in poi. Ci si divideva aspramente se necessario, ed è successo, ma non scattava la ghigliottina per i dissenzienti dopo. Questo dava forza e intelligenza alla Fiom e a tutti i metalmeccanici. Landini ed Airaudo hanno rotto con questo principio ed hanno così provocato un danno all'organizzazione che dirigono.
La lotta per la democrazia nella fabbrica e nella società richiede la pratica della democrazia nelle organizzazioni che quella lotta conducono. E la democrazia è prima di tutto che chi dissente non viene punito.
Chi ama la Fiom e la sua storia trovi il modo di dirlo e non taccia, magari perché tentato di usare il bel nome dei metalmeccanici per rendere più appetibili le proprie scelte politiche e elettorali.--

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